molto Ameno con un tocco di Rupestre
molto Ameno con un tocco di Rupestre
Dolci montagne e alberi verdissimi a gruppi e gruppetti qua e là. Guppetty di stelle come si dice a casa mia.
Starlink passa a caso e spaventa in maniera extraterrestre ma unisce tutti per utilità più che per paura; per chi la sente, la luna è grande come il mare, chi no perchè ha costruito senza chiedersi il permesso, senza chiedersi e chiedere mai nulla ad altri; ha usato tutto il proprio sacro spazio, ci ha costruito abusivamente mostruosi edifici di credenze, pregiudizio, sovrastrutture buone per lo sgomitar fra i propri simili con identità, personalità e status. Rispettabili pilastri di coerenza e calcestruzzo piantati nel fango o in sabbie mobili pronti a crollare o scomparire all’improvviso.
Su, clima mite e soleggiato, un vento che asciuga ma non toglie, poche case lontane non si vedono, solo rumori di cani e auto appena impercettibili, piccoli uccelli, e strusciar di arbusti di chinghiali che più spesso sono uccelli; se vien fuori la giraffa, la zebra o il coccodrillo come là in pianura sul grande fiume che hai rinnegato, non ti stupiresti più di tanto.
Lontane al buio, lontane campanelle di bestiame e moto vecchie distanti manciate chilometri, oltre le punte dei pinetti che di nuovo bruciano ma sta volta solo per il fresco sole del tramonto, rimessi tutti lì belli in fila dopo la fascia tagliafuoco.
Una strada buona e corta per cacciare il mangiare al market, il mare lontano a piedi e vicino con la macchina e lo sarebbe anche con la bici sai che spasso scendere per chilometri col vento e liberi se la salita non la fai.
C’è la sorgente. Senza il rubinetto, in barba alla siccità l’acqua esce lo stesso perchè sgorga dall’interno e vuole che la consumi e la sprechi per non implodere in sé stessa.
Solo i più fedeli ed i celebri coerenti vorrebbero il contrario. Che in un luogo puro e giusto, senza ordine umano fin da quando migliaia di anni fa qualcuno ha messo le pietre grandi ben in fila, si imponga il dogma per amor d’idea e timor di perdersi in se stessi, di dio e di tutto quanto sia libero e felice.
Oppure gradisci che l’acqua la si incanali da qualche parte in Africa come anche il cibo che noi scartiamo, con proposito d’azione buona e giusta, tautologia impiegata per capire e costruire la realtà. Confusione del simile con simile, affidati alla visione più comoda e vicina, sei di quelli che ben pensano e filosofo del ciò che sembra per moda, costruzione, convenzione e convinzioni, piuttosto di ciò che è per storia e biologia.
Un po’ di rocce ruvide ed alcune tonde, si spostano quando e come pare a loro, d’un tratto rotolando verso sud o poco alla volta in milioni di ere. Riflettono, mentre l’ombra e il sole le tirano in direzioni opposte come i divorziati anni novanta con la viva prova del loro abbaglio.
L’azzurro del mare del cielo e degli alberi. Ci si arrampica su lame e su strapiombi che han riparato gli antichi da intemperie ed invasioni; invisibili nelle doline e sopra le Genna, nessuno li vedeva, né pirati né romani né savoia o morte né la legge dello stato. Nessuno si aspettava o gradiva di trovarli, per conto loro e rupestri, ancora nessuno li vede e non vedono nessuno anche se c’han Tiscali in ogni stanza, a Tiscali nessuno si nasconde più.
Vai a cercare questi luoghi e sogna di una vita ruvida e banale tra incombenze semplici ed odori consanguinei; cibo parco ed amore sporco fra fratelli, cugini e genitori. Una natura che comanda ed immerge. Certezze. Timore e reverenza di ogni cosa che quel che non strozza ingrassa ed ogni cosa dà da mangiare e quello che non si vede colpisce duro ed uccide come un tempo le bardane di banditi per un giorno che poi tornavano al loro quotidiano zappare.
Un luogo che profumi d’abbondanza di resine di piante sempre al sole, che profumi di sacro secondo i riferimenti e gli stereotipi con cui ti hanno descritto in passato il passato o come per studi bizzarri hai immaginato i luoghi sacri e quelli antichi, con boschi fitti e rocce irte, grotte ed il mare giù là in fondo, dopo mille svolte d’una codula.
Qui non c’è nessuno che aspetta nessuno, il paese non c’è più da quando c’è stata la peste ed anche le ossa della grande tomba millenaria son sparite; solo le pietre dei Giganti rimangono infisse nel terreno a mezza luna, a guardare la valle ed il mare come in altre isole fanno i teatri delle civiltà classiche vicine. Non si aspettano un gran ché, accoglievano i semplici di un tempo come grandi chiese, quelli d’oggi con mistero e fascino rupestre o impazienza e voglia di scrollare.
Fine
Per natura e costume, la ragione degli altri vale adesso come prima. Te ne freghi per partito e retorica e per darti forza di te stesso.
Solo i giovani di ogni epoca, solo in quel momento in cui lo sono per davvero, per quei pochissimi anni fra la barba completa ed il primissimo pelo bianco, si mantengono discosti dal primordiale e dal tradizionale rispetto a ciò che il tempo detta, e sono meno accorti e più disinterresati all’opinione di quelli che tracciano la linea media della morale e del normale da seguire. Da poco vecchi e produttivi, poco fa giovani scazzati ed ideali.
Sfida di natura quella di dimostrar se stessi a se stessi e agli altri, come i conigli quando attraversano la statale mentre arrivi, farsi grossi con gli amici e per scopare. Il porto d’arrivo già lo si conosce ed è sicuro, certo, e tutti lo aspettano confidando nel loro merito. Ma non si vede o si fa finta d’esser ciechi.
Le ragioni altrui son necessarie per chi vien prima e chi vien dopo, che dipende dai tuoi strumenti e in estrema giovinezza, senza attrezzi, solo una linea puoi seguire. Per il te di ogni epoca, poco sana l’opinione esterna, sempre fuori tempo e di misura approssimativa come i plantari del mercato; ingiusta e deleteria per la mente rimasta fresca e disadorna.
Di sicuro paziente terminale di chi ha studiato com’è la mente per non impazzire e ora si fregia di curar gli altri. Futuro anziano insoddisfatto, sguardo torvo di minaccia. Crisalide di bravo ragazzo si trasforma in banderuola emotiva e dogmatico taft men per esser più felici e relizzati ma molti – dicon dalla vecchia foto – il ragazzo molle sembrava più felice. O è un sorriso finto da nice guy?
L’anziano muore pensando di potercela ancora fare di esser vecchio ma più saggio, di poterti ancora abbattere con le tecnica come nel judo, di meritare rispetto per aver vissuto tanto anche se quel tanto non esiste più da tempo ed il giovane lo spazza via come polvere da terra. Non siam mica le rocce di calcare che il tempo leviga e rende sempre più belle e la gente ci si vuole attaccare a tutta forza, ma alberi al vento, al sole e all’acqua che marciscono piano e crollano in un attimo.
Non è per l’onore e la dignità che ti danni, o per il dovere di seguire le parole del pastore come un tempo e trovar nutrimento nella forza morale e materiale del gregge a cui appartieni, il gregge non c’è più e lo vedi solo tu per tema di danneggiamenti materiali, insidie e macchinazioni eventuali. Cammini per nulla o per onore su per bricchi dove gli antichi andavan solo per sfamarsi e ti prenderebbero in giro te che ci vai solo per l’onor della conquista di pose e coltivare una dipendenza da endorfine, facendola passare per fitness e romantico panorama di paesaggio.
L’hai vista sgretolarsi e l’hai combattuta e la combattono e l’han combattuta i più del tuo tempo e quelli di appena prima, quella tradizione che c’ha imbrigliato per millenni, che c’ha tenuto al sicuro in una gabbia su una cengia da cui altrimenti saremmo caduti nel precipizio del disordine. E non siam arrivati ad otto miliardi così a caso ma per aver disprezzato ad un certo punto quel qualche milione di avi che si son scannati in faide famigliari e lotte coi vicini, in contesti naturali ameni e rupestri per pochi decenni cadauno. Quella tradizione s’è sfaldata già coi tuoi, alcuni anziani la reclamano, anche se l’han buttata giù anche loro al loro tempo solo per eccesso di testosterone fra la barba nera e il pelo bianco, ora la reclamano di nuovo per sentirsi come giovani: i loro usi e costumi che sono un poco sol discosti da quegli degli antichi; ma è importante lottare molto per riuscire ad ottener quel poco per distinguersi. Chi non lotta manco vive di per se ma s’accoda come erede e prosieguo della vita del proprio genitore, completandone i progetti come bonus da videogioco che aggiunge vita a chi ne ha poca. Il sogno di ogni padre e madre.
I politici la perpetuano per il voto acclamato anche se han sfondato con fatica, quella di chi la rincorreva per il voto. Qualche dittatore di nazioni perdute nel gelo o nel deserto la utilizza, ma qui dove il mondo corre avanti equo, solidale non serve più a nulla ma in pochi han coraggio di fregarsene del tutto e perdersi nel nulla.
Usa il punto e virgola che i punti fermi in qualsiasi testo – mai più su whattapp per favore, mi fai male, sembra che vuoi tagliar corto, contro ogni galateo – son solo un illusione di chi vaga troppo o sta nei dogmi senza pensare bene ed in fondo a niente come chi corregge i congiuntivi o le “a” senza acca, confondendo la grammatica del codice, a cui basta l’approssimazione per esser inteso, con il culto estetico della forma che ad ogni impercettibile modifica, errore od aggiunta sfuma ciò che si vuol dire. Frasi grammaticalmente perfette che non voglion dire nulla o credon di dire qualcosa ma lo fanno male, scambiando significanti con significati. Sbrodolando lessico a sproposito proprio come qui.
Non solo per non dispiacere agli avi ancora in vita ma anche per sentire se stessi come tali e non un ingranaggio o un pulviscolo in cantina, identità individuale obbligatoria che non vien a caso o per scelta o costruzione programmata ma dal palleggio incessante fra ciò che è dentro e ciò che sta fuori. Puoi esser tifoso di una squadra solo se ce n’è una avversaria, puoi esser giusto solo se dall’altra parte sai ben vedere o ti fai ben indicare cos’è il male, così fissi i riferimenti di ciò che puoi essere, devi o vuoi, mentre tutti gli altri, quelli che non, li fissi in punti saldi fra i più chiari, facili e visibili.
Chi è male accessoriato di strumenti ed optional emotivi e materiali, si scaglia contro il cattivo, in impeti rabbiosi che scaricano presto, maledincendone le malefatte più del necessario e solo per il godimento del castigo educatorio o per sentirsi meno disperato, giusto e saldo fra punti fluttuanti e poco solidi. Le varie razze di cattivi han compiti precisi: demolire gli innocenti e costruire strade per la moltitudine: ai dispersi, per identificarsi almeno come buoni; ai falliti per sentirsi almeno come giusti; ai cattivi per riconoscersi allo specchio ed evitare di far danni. agli inferiori come almeno superiori a qualcheduno.
Delle opinioni altrui, avrai comunque poco agio nel controllarle e gestirle tutte assieme e se lo fai sei poco modesto oltre che stupido. Che se fosse di una sola persona potresti concentrati su di essa e manovrar a piacimento con dedizione e molto tempo. E se fosse anche di molti ma una sola idea, potresti impegnarti a dedicar ad essa molti pensieri e azioni. Più facile, limpido ed onesto secondo regole prescritte, farsi parete liscia a cui nessuno possa appigliarsi. E gli errori e le storture tienile da conto come delle mutazioni s’è nutrita l’evoluzione, che se non fossero accadute, per caos e noncuranza, cammineremmo ancora a quattro zampe.
Si è vero che la natura e la cultura, più quest’una che l’altra, preferiscono tener salde le genti per amor d’evoluzione della specie e non solo gli odori e l’istintiva solidarietà provvedono a preoccuparsi l’un dell’altro e censurare i comportamenti deleteri per il bene collettivo ma anche le consuetudini, le parentele consanguinee e quelle fittizie per matrimonio, le amicizie di vocazione, per fatica, hobbies o passione e le appartenenze territoriali e di paese, politiche e di idee, tutte vincolano il tuo agire al giudizio e alla considerazione degli altri e pur le tue possibilità di azione o inazione nell’accumulo delle risorse e nell’accumulo di credito presso l’altro sesso o gli altri così che sia solo un illusione la tua indipendenza e il tuo agire per scelte consapevoli ma è invece un minestrone di voleri altrui veicolati a suon di sguardi e mezze frasi, carezze minatorie e intimidazioni a pacche di mani sulle spalle, incoraggiamenti, ed amore a schiaffi parentali. Aspettative generate da figli di persone che hanno soddisfatto quelle dei loro genitori e richiedono una ricompensa ai loro sforzi, una vendetta tramandata per la condanna loro inflitta. Ma sai che amor di padre e di madre aspettano in eterno quasi sempre purché non la si faccia troppo grossa.
Basta che non millanti la tua indipendenza e verità che quelli che lo fanno spesso mentono a se stessi e senton il bisogno di mascherare la sottomissione alle opinioni, alla ragion degli altri e alla ragion di stato e di status, con motti di indipendenza e sincerità d’animo. La schiettezza è di chi media in ogni occasione e poi prende la decisione più comoda per se stessi senza ferir gli altri e ciò che aspettano. Diffida di chi millanta di vedere solo il bianco il nero e di esser sincero, mentirà per primo a se stesso e moltissimo agli altri non per cattiveria propria ma per sincero daltonismo. Inascoltati i chiaroscuri, vagheranno a proprio piacimento facendo il loro a dismisura e piacimento.
Pur da soli, cinti in un unica tela ma forse in Giappone ed in Corea inizian a capire come fare, sparendo alcuni per sempre da tutto e da tutti. Ne va anche dello status sociale da rifare e quello economico per cui faticare. Fan soldi le agenzie per chi sparisce e si sottrae a qualsiasi aspettativa, scelta o tradizione, vincolo amicale o parentale.
Compatisci e cerca di capire e contenere i disatri dei cattivi che lo son sempre per causa esterna e giovanile per genitori violenti e anaffettivi, sventure smodate o impegni di vita enormi e disillusi. Loro sanno contenersi, sanno dei danni che han già fatto e spesso se ne vergognano e cercan di non farli, anche se meritano l’unica via dell’estinzione in un mondo dove la cura delle menti è affidata a chi, per sopravvivere ad infanzie scapestrate e traumi indelebili, ha dovuto sotterar la propria di follia ed ora si fregia di sanare quella altrui.
Tieni a bada i buoni che mostran dì esserlo senza errori di costume, quelli che seguono sempre e solo i sentieri ben battuti e non pensano mai di sbalgliare ma vedono gli altri fallire in ogni cosa, censori e moralisti di ogni cosa, non sanno comportarsi se non col dogma ed il miglior pensiero che va per la maggiore.
Ora io di questi sono i primi da cui vorrei scosatarmi. Son già lontani fisicamente e li vedo in pochi casi ma pochi ne rimangono e per il morale e il familistico che c’è in me e per la legge d’attrazione, non posso fare a meno di volerli come compagni si una squadra che va male ma pur sempre va.
Son tutti un po’ da un lato e contrapposti al mio fare e al mio provenire. Legati per il sangue o l’abitudine, seguono dio o il buon costume o il buon votare e tengono confini come si faceva un tempo. Si comportano da boyscout in un mondo di perdizione e col sorriso ed il rimbrotto del prete saggio da cui han studiato non valutano i contesti, le persone e le situazioni, e han gettato alle ortiche quel che han studiato, e usan la sensibilità per difendersi da chi non la pensa uguale. Moralisti. Teneri chiesaroli fin che stan nel loro, indispensabilie comunità per un secondo welfare nel paese, portatori inconsapevoli di valori grandiosi e pacifisti. Acerrimi quando giudicano e sentenziano come chi vuole la famiglia e la vita ad ogni costo e pensan di sapere cosa è bene e cosa il male.
Quelli vicini e vicinissimi a me, che nulla han fatto di male e che amo per la vita a cui la darei in cambio della loro. Per debolezza e mala scuola si accodano all’opinione anche se in cuor loro sanno chi sono e chi siamo, ma nel quotidiano svicolano dal sapere per approdare al dogma dei censori. E più per mia disgrazia io li sento giudicare mentre loro amano come io li amo e forse più.
Gli stessi dello stesso territorio con cui ci si incrociano mille sguardi di pochi secondi ed è sempre un opinione sommaria reciproca che mai ci si capisce ed alcuni come me cercan di primeggiare per cortesia, per compensare l’abito maleducato. Posson danneggiare la proprietà, non si sa bene poi come ma ognuno ha sempre qualcosa che non va e si cerca di non molestare chi potrebbe danneggiarci.
Uno sbrodolare di parole, paure, convinzioni e confusione come quelli che vivevano ad Osono fra mille mostri di natura con cui confezionavano mille accorgimenti rituali e già quattro millenni fa scappavano sui monti come me ora.
Fantasmi di Dubai
È il modo naturale di terminare qualche cosa, una conoscenza, un amicizia o qualcos’altro
selva di vetri verticali nel deserto
Non è affar tuo e non ti devo alcuna spiegazione, se non sei in grado di capire di non esser più gradito. È selezione. La selezione delle relazioni che è anch’essa naturale, alla faccia dell’arbitrio
l’idea nostra presa da loro e risolta nel suo limite
La libertà di relazione senza troppe spiegazioni è una conquista della modernità, scandalosa e sacra come tutte le libertà
i babilonesi e i bolognesi costruivano verso il cielo per raggiungere gli dei o per farsi dei sopra i vicini
Nostalgici dell’antica morale del vincolo sociale del borgo, cercano d’esser buoni, procrastinando la fine di un modello già finito
sublimazioni falliche di potere e di poter generare dal nulla ed in grande
Vite rovinate a cui serve una scusa per addossare agli altri la colpa dei loro fallimenti
trasformano l’acqua salata così che la verdura valga più del resto
Sapidi nell’animo. Magazzini di sapere bruciati dalla noia e dall’accidia, lamentano sul web e dallo psicologo il disagio per la sparizione d’altri. Da decenni non vedono se stessi o fanno finta d’esser cechi
non sarete mai come vorreste essere. A betoniere cercate di far cose immense come han fatto i vostri miti d’oltreoceano; amate senza esser ricambiati e quindi disprezzate
In tanti fan cosi, senza spiegazioni e senza altri appigli, senza trascinare ancora un po’ cose già finite
nella città vecchia edifici marrongialli al tufo, non mirabili come quelli siciliani
Cosa dovrei dirti che fai schifo e non mi piaci, il cemento di ogni vincolo sociale, il non far nulla, non chiamarti e non cercarti è un giudizio. Ma semplicemente ho capito che non vado bene per te, non vai bene per me in alcun modo, come amico, come amante e nemmeno come conoscenza saltuaria
eroi del sottosuolo vestiti da fantasmi: la moschea è pronta al trecentesimo piano, più vicino al dio e sopra a quasi tutti gli uomini
Risolvi i tuoi problemi che non son certo il mio abbandono. Non spetta a me dirti quali e pure non lo so
poi un altro ne fa un’altra al trecenteunesimo e così via
Un ultima volta assieme, per chiarire ed ottenere la tua ragione, la rivincita d’orgoglio: umiliare, insultare e importunare. Misera ed antiquata soddisfazione quella di metter alla prova il mio coraggio
e cosi via perché si dice in giro che il potere è meglio che scopare
Inutile discutere se il mio giudizio nei tuoi confronti sia giusto o no: è un grande problema solo mio, è una cosa naturale per cui non serve cincischiare
sciatori dentro al chiuso mentre fuori spruzzi d’acqua rinfrescano i turisti
Non ho il diritto di giudicarti, non ti riguarda. Quello che penso di te è affar mio: il mio rapporto con te, come ti vedo e come ti giudico è solo appena quello che mi frulla per la testa
si sta sempre confezionati dentro a goder di servizi ed attrazioni ed anche quando si ammirano le cose da fuori le si guarda da dentro qualcos’altro.
È successo solo che non mi incastro più nelle tue idee e nei tuoi modi, niente di più grave e pochissimo di sentimentale. Come dicono i tossici di ogni sorta – non è colpa tua, tu sei una persona speciale ed è solo colpa mia –
i mezzi ed il kebab costan meno che a Milano e l’hotel come a Milano. I poveri e i normali vivono liberi per la città mentre i ricchi stan reclusi nei vetri condizionati; a far che cosa?
Non c’è modo di fartelo capire, ci ho provato discostandomi appena appena con grazia, attenzione e ipocrisia ma appena lo facevo tu ti riposizionavi appena appena, con grazia, attenzione e ipocrisia. Lo sapevi e non volevi. Non rimane che scomparire.
a sentirsi freschi, a guardar fuori il deserto rovente e guardarsi dentro e fra di loro compiacendosi d’esser freschissimi nei vetri su divani di pelle fra cristalli, ori e cotillon
Preferiresti mi cambiassi, o che scendessi a battagliare schietto per portarti dalla mia a suon di pregiudizi ? Siam cambiati. O forse io e basta e cosa serve poi spiegare se ormai parliam lingue diverse
filippini, bangladini, indiani e pakistani e per sempre nepalesi
Finalmente giusto e possibile nel mondo urbano, nuovo e solitario. Sparire è ancora scortese e meschino per quasi tutti gli urbani nel vestire e rurali nel pensare: mentalità da agricoltori che è troppo presto per cambiarla perché funziona ancora bene per gli scopi materiali
stan tutti bene assieme ed han messo da parte regole di contaminazione e rivalità storiche, razzismo istintuale, in nome del lavoro e di rimesse interessanti
È ancora quella degli avi di qualche decennio fa: dignità, onore, rispetto, strutture simboliche per reggere società promiscue di individui interdipendenti per la sopravvivenza e la riproduzione
ben avete fatto a rimaner fantasmi in bianco come gli avi perché quegli occhi che portan in giro il ferrari son gli stessi che avevan miraggi nel deserto cercando oasi sul cammello
Come il far figli, un costume millenario e confortante che oggi ha perso la funzione e perfino un po’ va contro il mondo
fra l’oro trovate il senso della vita, importando troie e Louis Vittuon, scorrazzando fra i lussi variegati per non fermarvi e pensare ai nonni cammellari che eran felici di mangiare
E cosa dovrei fare, spiegarti cose che nemmeno so. Delle cose a parole non si possono spiegare, ed anzi si fan danni perché si usan limitati concetti della lingua per cercar di dir qualcosa, per fallire nell’esprimere sensazioni profonde per le quali davvero non esistono parole o non si è capaci di trovarle
tanti negozi come al Fiordaliso e la libreria più grande del mondo, si fan foto dall’esterno ma dentro è vuota. Se qualcuno qui leggesse questa libreria non esisterebbe e nemmeno l’edificio che la contiene, magari sarebbe un museo o una Nuova Biblioteca d’Alessandria ricostruita qualche migliaio di chilometri più là
Se vuoi le puoi trovare le parole ma ti servono almeno queste cose: tanto tempo e nulla di meglio da fare, un paesaggio immacolato, un personaggio neutro che abbia la pazienza di starti di fronte mentre blateri, forse un viaggiatore sconosciuto ? Devi essere delicato ed elegante come la Sicilia, camminare molto e quando rientri a casa poter disporre di uno specchio con cui intrattenere molti anni di conversazione solitaria. Ma è solo esercizio di retorica, fa bene perché sfoga, fa bene solo a me, non a te e perciò non ti riguarda
il Burju è come l’Everest, non sembra grande perché è in mezzo ai grandi, ma tu lo sai che lo è e quindi scatti, di meraviglia
Che per caso soffriresti meno a sentirti dire da chi credevi ti stimasse che non gli piaci più ? Non mi sento più spontaneo con te, non abbiamo gli stessi valori o non li abbiamo mai avuti e ho mentito a te ed a me per farci credere che li condividevamo e in apparenza star felici come una parete marcia ben dipinta
il bello è un altra cosa, è meno doloroso e coinvolgente, chiede poca fatica e poche risorse, è provvisorio, appiana più che esaltare, rasenta il terreno portando con se un po di sporcizia o come si suol dire rende sereni più che felici Al paesello trovi il bello e via discorrendo. Il bello è orizzontale ed aereo e si fa abbracciare con lo sguardo, le orecchie e pure il naso, è sparpagliato qua e là, non si concentra in un sol punto, in rifrazione di cristalli come qua in sto deserto
Se ti dico quel che non va, uscendo la mia voce esce da me e va a te. È cosi che la constatazione, la realtà si trasforma in giudizio. Per cui, usano dire adesso in molti, faccio il tossico e non ti dico nulla, mi assento e basta. E se mi chiedi ti dico che non è colpa tua ma mia. Ma da bravo tossico e narciso in fondo al cuore lo so che non è per niente colpa mia ma è solo che tu per me non sei abbastanza ed io insaziabile mai avrò pace e stima in generale Ho preferito finirla lì che giudicarti, che giudicare cosa siamo e potevamo essere. Meglio un lutto che una lunga, grave malattia oh mio caro credente masochista
ordine e rappresentazione simbolica di ricchezza e potere, a suon di leggi dure e giuste per cui il retto che vive in democrazia anela alla dittatura
Ti offendi, perché gli uomini d’un tempo sparivano nella foresta senza troppe spiegazioni e nessuno più li rivedeva o, più spesso, appiattivano le proprie idee a quelle degli altri per amor di nutrimento Qui, mio ancora e sempre caro, le idee saltan fuori ogni giorno e non c’è verso di scansarle, le persone cambiano e non sempre entrano nei vestiti in cui stan bene ancora le vecchie conoscenze Vuoi un ultima dose di affetto con le mie scuse e spiegazioni, vuoi che parli chiaro e con schiettezza ? Gli eventi ci han cambiato, le delusioni ed i successi e soprattutto quello che non è nulla di straordinario. I libri anche e altre persone sono entrate, uscite o rimaste un poco mentre di noi è rimasto il nulla
Pesciolini d’argento
Finti clienti, veri amici o prezzolati, si affollano attorno a quello con il microfono che declama la genialata. Per sano istinto di gregge, le casalinghe arrivano ad acquistare.
Gli amici ingrassano le folline di ammiratori alla presentazione. Per incoraggiarti e salutarti, bere a sbaffo, motivarti e sostenerti. Con stima ne prendono una copia o più d’una da regalare. Quelli veri incoraggiano all’acquisto i curiosi.
Ma ho paura del contagio, temo le giacche di velluto e le dissertazioni da lettori, la voglia di Montmartre, gli aperitivini bohémien e i vernissage. Regalerei Moretti a chi ne sa di artigianali e abbonamenti decennali a riviste di Temptation Island ed a Chi? Agli amici scriventi, pitturanti, teatranti, poeti e parenti musicisti.
Quando ho preso il tuo secondo, ho mescolato, come al solito, lavoro manuale e d’intelletto. Merce di scambio per qualche ora di servizio, in un vergognoso mercanteggiare senza rito che a me piace ma è estraneo ad un mondo di cui son figlio e che rispetto però non stimo, anche se comprendo.
Forse ti ho offeso e me ne scuso; per quel poco di lavoro, era meglio chiederti del brutto denaro e poi comprarmelo, in un momento dedicato e più solenne, e poi farti i complimenti.
Storie di vita tutte uguali, su in cima, sempre più su e giù, giù fin nell’abisso. Da zero a cento a mille, a niente come Jobs. Ideali e sofferenze, il martirio dello sport e lo zen dei Bulls
Fra le tante cartoline, manuali di vita, di viaggio, quelli di come scampare alla morte cogliendo piante e funghi o sentimenti, tanti libri neri del comunismo e del consumismo. Ricrescite felici, tricologiche e robe molto personali adattate un po’ per tutti. Come perdere, acquisire e guadagnare, falci e carrelli, storie di resistenza e concentramento. Del concentrarsi e salvarsi da se stessi.
Vespe brune e Fabi che volano, misteri del vaticano e dello stato.
Viaggiare in volumi di pianeta solo.
Vips e sussidiari in copertina.
Pesano le pagine bianche, almeno quanto i glossari e la tanto amata resilienza.
Vivere in eterno in dieci mosse.
Li trovo per lavoro. Solo i classici, solo quelli senza muffa e senza tempo non van all’amsa. Solo quelli che resistono ai decenni, al fuoco, all’oblio del demodé, all’acqua, alle mani e ai pesciolini.
Una volta in biblioteca come i saggi, ora quasi più. Mai più i saggi e la sambuca.
Come chi nasconde in casa propria dolci e soldi, mi concedo la modesta sorpresa di estrarli per denaro dalle cantine e dai solai.
Quelli vergini i migliori, soprammobili che han visto tutta la vita retequattro dalle librerie di anziani forcaioli e illetterati. Li rianimo con gusto; tornan vivi come gli zerbini quando rimangon vedovi ed accorrono alle feste.
Qualcuno da mio nonno. Non sa stare fermo, girano per casa come lui e per questo sembran nuovi.
Raramente ne acquisto in libreria, solo proprio quelli che volli fortissimamente volli. Prima o poi quelli, senza fretta, quelli giusti arriveranno. Torneranno i classiconi.
Mai di amici e conoscenti, c’ho provato per lusinga, con affetto e curiosità. Questi gioielli in mano mia diventan risme di virtù ed educata sintassi, educati sempre, impegnati e profondi. Non malvagi se diluiti in migliaia di subordinate ben studiate, per far congruo conto delle pagine.
Vicino e lontano, sconvolto dalla pubblicazione e mai alla giusta distanza per volerti veder nudo il cuore.
Poi in fondo mi schiantavo.
Non brutte le storie ma il contadino che produce, anela sempre ai contributi.
Sgraziati i filari di parole, piantati lì per giustificare ringraziamenti prolissi e, finalmente, conati di sentimenti inauditi e privati; mancate lettere d’amore e passivi risentimenti aggressivi per il lupo che la vita e pletore di malvagi ed invidiosi han fatto crescere nel cuore.
Strappo le prefazioni di brume, afe e colline, pioggerelline crepitanti nei camini; poca umiltà ed autostima fan degli incipit ambienti sempre uguali. Mille atmosfere emozionali per schiacciare la paura del buio oltre quei poetici iniziali. Verbali di comuni sentimenti e buie storie di passione.
Amo il coraggio di andare avanti su appigli inesistenti e senza fine. Fattela tu nel mentre o quando smetti di sfogliare, che il prodotto ha più valore se aiuti a costruirlo.
Nel lessico e in sintassi, sul fondo delle righe, residui decomposti di formazioni anni settanta, di formazioni di formatori, formatisi negli anni settanta. Genealogie d’ideali sconfitti, parziali, senza critica. Atei e sinistri, cristallizzati per tema d’oblio e fatica nel pensare, che l’han fatto già abbastanza e la loro storia lo dimostra.
Esiste solo il partigiano mentre l’americano stupra Aviano. Non sconfessano la gioventù impegnata d’ideali, pigri nel dover colmare vuoti e ricostruire dalle fondamenta. Focalizzati e motivati grazie a vari bias, diminuiscono Humilitas e Modestia a vizio chiesarolo.
Ma dai anche tu sei degli anni settanta? Grazie che ti sei scansato senza arroccarti nel castello con gli ideali in feritoia. Hai buttato giù di tutto senza tema di sconfitta, anche le mura e le barricate nelle strade.
I tuoi colleghi son per la giusta causa, come insegna il dopoguerra; celebrano amici eroi in biografie più o meno romanzate, raccontan sentimenti di esemplari stranieri o stilosi sfortunelli. Altri, ancora, atei intellettuali, si vantano di non aver letto le sacre scritture che solo gli han cresciuti: han ereditato bene il dogma e sfanculando Pietas e Sentimento.
Autobiografie romanzate, quelle che no, quelle fedeli alla storia cosi come è andata davvero, le peggiori, perché non ho ancora avuto amici fra un Baudelaire o un Calvino, un Montesquieu e un Trevisan.
Quando leggo bene, preferisco capire male come con Aramburu.
Giudico subito dalla copertina, maldestri e vanitosi come me.
Se ci disegnano l’amico o il parente, sarebbe meglio non aprirli.
Bramo prime, seconde, terze e quarte bianche e spesse da far filtri. Del tuo tengo tutto perfino le illustrazioni d’artista e veri amici.
Precipitano i dialoghi. Quelli che non son di Benni ma verbali dello psicologo o chat col confidente; sesso esistenziale. Grinze, sentimenti nudi e nulla più; spuntati per caso, prima del diciottesimo, fra un leopardi e un Dawson Leery. Modellini da liceo stampati in canoni coerenti, opportunamente collocati nel folto delle genti e dei mestieri, come se, assieme alle gambe e al pelo, avessero smesso di crescere pure il pensiero e le speranze.
Un Brizzi o un Pavese, un Pasolini e un Cervantes, non fan piangere quanto le sventure dell’immigrato, del disabile e del Donno mentre a badili di malizia Sadici e Villani compilano le pubblicità di slave de cildren da mandar su italiauno.
Dimentica i bambini dissecati e la pneumonia! Chiudiamoci in una stanza senza porte ne colori. Alla finestra un paesaggino ampio e fermo. Senza fame, senza freddo e caldo e sete, senza ciucca, droga e muse, inspiriamo ed espiriamo senza tempo. Niente rimpianti, depressioni o amori, onori ed ansie. Neutri e piatti come i primi uomini; e ora vediamo, cosa c’hai da dire? cosa posso scrivere dal niente?
Il tuo passato, i tuoi libri e i tuoi film, le tue botte di vita, son tutta roba da ammaestrare, senno poi l’associazionismo te li orienta e te li pubblica. Non ti sei avvalso dello scambio.
Forse, davvero, ti sei chiuso in una stanza solo a tener d’occhio il tramonto, l’orizzonte o la montagna.
Non m’hai fatto venir la saltuaria malavoglia di leggere libri di fasci, schietti e sinceri, sguaiati e contraddittori, placebo o maldestra curanderia alla solida coerenza dei sinistri come noi.
Lo so che, qualche volta, ti batti per le strisce pedonali per lumache, per l’uguaglianza dei neri coi mulatti e combatti i neri d’animo e i diversamente onesti, ma non c’hai voluto redarguire su quanto son giusti quelli e gli altri no. Forse che quando hai chiuso Moravia ti sei ritrovato a farti da solo la morale e confondere ogni volta il bene con il male?
Caro amico, prendi i libri degli amici conoscenti o amici di amici o conoscenti di un giro di amici, di vecchi amici, le poesie e i romanzi giovanili, quelli di talenti senza letture in sedimento.
Già letti o geniali savianate, vetrine natalizie di vintage a nuovo prezzo.
Sanno quanto siamo buoni e quanto son cattivi, figli di Cartier-Bresson che sbalordiscono con quello che si vede. Per contorno una pappa di morale, il dolce e l’amaro terminati: paga il conto e la siga sì ma solo fuori.
Niente buchi di dolore e sbavature esistenziali, niente scavi d’animo e discariche abusive di gioia a cielo aperto, son peccati da pittori come quelli dell’amico e figlio tuo.
Cerco il pudore, la grazia, il modo di non dirlo.
Disinibisciti, senza punti esclamativi e con coraggio.
Raccogli e getta schizzi, di sentimento ed emozione senza senso.
Non muoverti da boyscout, in un ping-pong senza nume fra bene e male come parti opposte di un pensiero primitivo che mantiene la vita in ritmo d’altalena.
Triplice per logica di cultura occidentale. Il padre, il figlio e lo spirito son lì per l’ateo di nome e fanatico nel tatto. Ti tocca bruciar le croci e i testi per davvero e ripartire. Dimentica le manifeste ed i bei tempi del liceo. Revisiona senza tema i nazisti e il capitale.
Non relegare l’ideale qualsivoglia. Perdi la memoria, la fede e lascia andare. Roba da credenti rinunciare ad imparare e non viaggiare per i cani.
Sincere le apologie, primo passo del perdono contro la giustizia a tutti i costi, l’unica, timida, teatrale, tradizionale, primordiale, anacronistica, inutile vendetta dei coerenti. Solo le ingiuste assoluzioni lascian spazio a nuove vite che non han bisogno del riscatto e della fede.
Il tuo primo, che ho letto dopo il secondo l’ho richiesto ad un comune amico con l’imbarazzo della raccomandazione.
Li ho gustati proprio, densi come i quadri di tuo figlio.
Vite degne di un Hemingway e un Allende. Tanta azione e lotta, poche ingobbate sul Giovane Holden e russi vari. Una scarsa infatuazione per la manifesta, anche se ci vai.
Lontano dagli intellettualini a scatto fisso che ho conosciuto a Bolo, a Nolo e per il mondo. Ti piace impastare, come la malta quando ti ho conosciuto, senza ciarlare a lungo per finire sotto terra a Montmatre.
io bruciare libri, tantissimi, nella casa di campagna della nonna, infinita.
Letti. Tantissimi nel bidoncione bianco sotto casa, abbandonati nella metro. Qualche tonnellata è nuova carta dopo l’amsa.
Vile supporto, sul pc o l’ebook ci son scritte le stesse robe! Ma si valà anche a me piace sfogliare ma me ne vergogno molto; mi fregio d’adorare solo i contenuti ma mi piace odorare e pure la posa del lettore. Ascolto il fruscio e, casto, sbircio di nascosto il porno altrui dei mobili coi libri.
A fuoco le pubbliche crocefissioni a scaffale di sapere catturato per sovrastare e non farsi sovrastare dagli ospiti. Per emanciparmi dal supporto tutti a memoria, per rileggerli senza mani quando guido ed alleggerire le valige.
Belli i tuoi eroi, costruiti in proporzione, circondati da altri eroi e non scudieri. Ancor più belli gli antieroi, cattivissimi sfumati, fan cose belle come noi; di sabato son Capaci Riina e Provenzano, di amar davvero figli, mogli, Gesù e gli amici tutti i giorni.
Ne hai infilati di duplici e quadrupli come gli esseri umani in carne ed ossa e pure di quelli finti ed unici ma hai escluso le macchiette e i soggettoni.
Troppi nasi lunghi o gobbe oscene, occhi azzurrissimi o dualismi effimeri, cattiverie totali e bonta angeliche, perfettissime come in quelli dei coerenti e dei boyscout d’associazione.
Ipocriti amorevoli, come la maggior parte degli umani, i tuoi eroi piatti, senza finali argentati per principessine e culi da divano che cavalcano l’infelicità con storie un po’ bohémien.
Finali troncati e mozzi, cattivi che la spuntano, ideali che si infrangono, buoni marci dentro, c’hai imparato ad esser quieti e criticoni, senza superlativi ed astensione, con giudizio ed apprensione che tutto vada male, marciamo per un secolo davanti ai mobili da libro (sazi), in una parentesi di gioia fra giovani affamati come tutti i nostri avi.
fifa 20′
della sindrome di stoccolma da lockdown che ci ha fatto venire la sindrome della capanna
che il ritorno di Silvia Romano sia stata la prima notizia rilevante da due mesi a questa parte che non contenga la parola corooooooonaaaaa vairusssss
di chi pensa che il volontariato sia utile gli altri, mentre è utile per il 99% a sè stessi e va bene così
che nessuno si ribelli
di chi non ha lati oscuri
di chi non gli pesa la quarantena
di chi si annoia
di chi chiede giustizia, che è un modo accetabilmendemocratico per chieder vendetta
dei film o dei libri educativi come jack frusciante è uscito dal gruppo che educano le generazioni a come essere ribelli senza lasciarle esser ribelli a modo loro
di chi non abbraccia nessuno per due mesi per paura del virus e gli va bene così
dei film, dei libri o delle canzoni che ti insegnano ad amare, così che amiamo tutti allo stesso modo e per sentito dire
di chi si costruisce idee e status per titoli ed esami
di chi, per titoli ed esami, rimprovera chi manca un congiuntivo, una “a” senza acca, una “k” al posto di un “ch”, anche se la frase si capisce lo stesso
di chi, per amor di titoli ed esami…e di sè, bullizza i complottisti senza rispettarne la disabilità
chi di chi segue mode, trend, stili, filoni, generi
di chi si costruisce il mood senza aspettar che venga da sè
di chi ostenta sicurezza, rigore, coerenza e non cambia mai idea o direzione
di chi è fanatico
di chi è fanatico dei diritti umani e pensa che tutto il mondo debba esser come casa sua
di chi si dichiara ateo e, per titoli ed esami, gli va bene tutto ciò che va contro la chiesa
di chi ha bisogno di credere in qualcosa per definire i contorni di se stesso
di chi non crede ma si offende per una bestemmia
di chi bestemmia solo per provocare un credente
di chi non vuole le case chiuse e la droga libera
di chi gli piace sta cosa dei supermercati aperti e delle chiese chiuse
di chi non riconosce l’importanza sociale, culturale, psicologica della chiesa e della religione
di chi crede che il consumismo sia un vizio culturale e crede che il rallentamento dell’economia sia positivo
di chi non si accorge che senza il consumo e il capitale non avrebbe avuto ne gli strumenti ne il tempo ne il contesto per studiare e criticare il consumo e il capitale ma avrebbe zappato tutto il giorno e ragionato per ore su cosa mangiare la sera
di chi non studia la storia, la storia dell’uomo e non sa nulla di evoluzionismo
di chi non studia
di chi si aggrappa alle idee senza studiare o studia per farsi delle idee e darsi un tono
di chi lo fa per amor di titoli ed esami o per amor di carriera
di chi caga il cazzo a chi non studia
di chi giudica inferiore chi non studia
di chi non giudica
di chi dice che non giudica ed invece giudica più di tutti gli altri proprio perchè non ne è consapevole
di chi non sa che buona parte dell’evoluzione della nostra intelligenza deriva dal pettegolezzo
del vegano che non sa che il nostro cervello si è ingrandito solamente grazie alla carne
di chi mangia solo bio
di chi mangia troppo sano e s’ama troppo
di chi usa il PNL oltre l’orario di lavoro
di chi crede troppo nella psicologia
della psicologia che smussa e uniforma
di chi sa e se la mena di sapere
di chi dice che sa di non sapere, pappagalando la frase meno interessante di Socrate
delle educatrici che quando ti vogliono spiegare una cosa….e te la voglion sempre spiegare… scandiscono le parole e aprono tantissimo gli occhi
di chi spaccava in manifesta e ora si spacca di birra artigianale in casa
di chi attacca il governo durante un emergenza, di chi non l’attacca quando c’è calma
dei pigri pusillanimi come me che non scendon mai in piazza
degli amori che non van oltre le sanzioni
di genitori che non vedon i figli per timor di sanzioni
di chi non esce di casa per due mesi per timor di sanzioni
di prender troppe sanzioni e non pagarle più come mio padre
di chi la fa troppo facile ma di più di chi la fa difficile
di chi non legge mai o di chi vive seguendo citazioni di film o libri
di chi ha netflix che mi ci fa venir la voglia anche a me
di chi pensa che il virus vien dalla cina perchè li si mangian i cani
di chi ama i cani in appartamento o al guinzaglio
di chi si prende un cane per noia
di chi si chiede perchè uno si prende un cane
di chi, per titoli ed esami, esclude le prospettive assurde perchè poco condivisibili
che non ci sian più idee assurde ma rimangan solo quelle giuste
di chi pensa che il progresso corra veloce ma è decenni che l’unica cosa che cambia sono i modelli degli smartphone
di chi ce l’ha coi runner che se ne van da soli in giro durante la 40ena
di chi si dichiara runner, trekker, baller, stalker, raider, boiler e così via
di chi si dichiara qualcosa
di chi ha bisogno di credere in qualcosa per definire i contorni di se stesso
di chi ce l’ha col governo perchè non sa con chi prendersela
di chi riesce a reprimere qualsiasi istinto
di chi si lascia andare a qualsiasi istinto senza curarsi degli altri
di chi adora gli aperitivi su zoom, che quasi quasi son più confortevoli dei ritrovi in giro
di chi accetta tutto ciò che cola dall’alto
di chi si lamenta di tutto ciò che cola dall’alto
di chi si lamenta della quarantena ma non esce mai dal quartiere
di chi non distingue…. da anni… distanza sociale e distanza fisica. (viviamo d”istanti e d’istinti e non distanti e distinti cit.)
di chi sta sempre incollato al cel
di chi non riconosce l’importanza dei social
della retorica cammuffata da buon senso
da chi non riconosce l’importanza delle retorica nei discorsi fra amici
di chi dice che la quarantena è stata un momento di personal rebuilding and consciuness
che non riapra la montagna
che richiuda tutto e di non starci più dentro
di chi, come me, non solo non è migliorato ma si è inacidito
di non esser da solo al bivacco
del temporale sulle creste
dei rifugi alpini che per fortuna quest’anno forse stan chiusi
delle croci di vetta
di veder una casa in più sul monte
Dizionario di quaranteniano #1
Penne lisce
impossibile non si siano mai accorti che non le compra nessuno
Virologia
laurea ad honorem conferita a caso ad una parte della popolazione non in possesso di altro titolo, previo tirocinio su youtube e facebook
Ingegneria delle telecomunicazioni
vedi Virologia
Laurea
un tempo occasione per sfoggiare il miglior vestito e il miglior eloquio davanti amici e parenti e poi abbracciare sbronzi gli sconosciuti, oggi una call di zoom come tutte le altre
Strada
Deserto di pietre piatte, grigie, venate di sottili linee bianche. Fondo di canyon di cemento, popolato da poche bestie di ferro
Polizia
fantasmini del pacman da cui sfuggire quando ci si avventura fuori casa
Televisione
oracolo e focolare domestico as usual. Ci vediamo alle 18
Delazione
pratica incoraggiata nei regimi dittatoriali. Negli ultimi mesi consuetudine diffusa anche fra i cittadini dei paesi democratici, soprattutto fra gli astanti alle finestre che sfogano la frustrazione degli arresti domiciliari gridando contro runners solitari, gente che scende in strada a telefonare senza la mascherina, respira troppo dalla finestra o esce troppo a far la spesa. Spesso il delatore è prossimo alla laurea o laureato ad honorem in ingegneria delle telecomunicazioni e virologia
Ventilatore
un tempo strumento di largo consumo durante i mesi estivi per alleviare la calura, ora strumento di sopravvivenza primaverile usato negli ospedali
Virus
un tempo spauracchio degli informatici, ignorato dalla plebaglia navigante con un clic su X, ora protagonista di ogni azione e discorso.
Resilienza
nei discorsi colti, intercalare utile da sostituire al vergognoso “cioè”. Abusato per riempire qualsiasi buco come sinonimo del poco autorevole “resistenza” come “antropologico” al posto di “umano”.
Fra il popolo, parola delicata, di piacevole musicalità che induce il rilassamento
Incontro
un tempo occasione felice, auspicabile, oggi gesto riprovevole da evitare
Mascherina
un tempo accessorio di carnevale o per seratine piccanti, ora d’uso comune e necessario più delle mutande. Al pari di quest’ultime i più ne hanno di qualità scadente mentre pochissimi ne indossano di fashion.
Ffp2 ffp3
Insulti ricorrenti in farmacia
Casa
un tempo luogo di sollievo dopo le quotidiane sfacchinate, nido d’amore famigliare. Oggi luogo di sclero, terreno fertile per divorzi e/o omicidi. Prigionia privata in cella condivisa
Ufficio
antico ricordo
Metri
minimo 1, meglio un paio, tutto il resto è vezzo da geometri
Metri quadri
più ne avevi più eri ricco, adesso più ne hai meno scleri
Quadri
chi li ha si bea fissandoli per ore. Io ne ho solo uno ed è il più bello del mondo
Terrazzi, balconi
vedi metri quadri
Città
prima luoghi di confusione, stress e lavoro, oggi luoghi desolati, rilassanti e piene di disoccupati e pulotti
Coda
un tempo la si faceva ai capelli o per andar al lavoro o al cinema o alle casse del supermercato, adesso la si fa per entrare al supermercato, in posta, in banca, dal tabacchino o all’ospedale per un letto. Per molti è un momento sociale per star all’aperto a far due chiacchiere sospirando sulla comune sfiga
Quarantena
termine utilizzato dagli informatici per isolare virus creati dai colleghi hacker, ora condizione comune, ormai termine didascalico in gran parte dei discorsi
Cina
nazione di cattivoni dove si mangiano animali domestici che, siccome qui da noi surrogano la prole, allora è ovvio che il virus è nato li come castigo divino del dio cinofilo e dea gattara
Cane
animale domestico surrogato della prole, ora anche jolly passpartout per uscite all’aria aperta
Lombardia
sentiiiii che puzza scappanoooo i napoletaniii stannooo arrivandoooo i lombardiii … Sinonimo di inferno
Untori
termine che rievoca il medioevo, oggi sinonimo di influencer ma per le cose negative. Tornato di moda nel suo significato originale fra i delatori
5g
prima li chiedevi al pusher, per molti ora è il secondo male del mondo…e magari c’entrasse la droga
Posto di blocco
prima incubo dei giovani sbronzi col fumo addosso, ora penitenza di anarchici manager col suv che volevan farsi la pasqua nella villetta in Liguria.
Modulo
la digitalizzazione iniziava ad esser di moda ma nell’ultimo mese ne son tornati in voga cinque o sei modelli cartacei
Aria aperta
eden proibito
Clima
“una primavera così soleggiata non la si vedeva dai tempi di Ramses II”
Tempo libero
un tempo troppo poco, ora troppo
Libertà
concetto illuminista assurto a valore individuale, cancellato in pochi giorni di multe, decreti, comunicati e raccomandazioni
Complotto
c’è sempre stato ma ora di più grazie all’incremento del tempo libero di virologi e ingegneri delle telecomunicazioni ad honorem
Europa
sorella maggiore che non ti aiuta perché gli stai sul cazzo. Vedi complotto
Germania
si sapeva che volevan conquistar il mondo. Vedi complotto
Francia
mangiarane di merda più del solito. Vedi complotto
Inghilterra
e mo se la piglian nel culo. Vedi complotto
Epidemia di gregge
ipotesi allettante finché il gregge non siam noi
Mes
mamma esco da solo
Stati uniti
il vaccino è nella polvere da sparo
Vaccino
basta ripetere “andrà tutto bene”, scriverlo sui social, sui cartelloni fuori dalla finestra, spedirlo a tutti i contatti di wattsup. Speranza messianica globale ora che il cristo quando tornerà in terra nessuno lo vede perché le chiese sono chiuse
NoVax
l’evoluzione, saggia proprio perché non sa di esserlo come Socrate, farà il suo dovere
Chiesa
vecchi monumenti in abbandono come cinema e teatri
Viaggi ?
Viaggiavo
Riccanza
garantisce la sopravvivenza alla recessione e vantaggiose speculazioni
Status
in attesa di sfoggio
#balconyparadise #homemadebread #restiamoacasaporcobio #fashionpajamas
Aperitivo
momento social da soli a casa, va di moda su zoom in compagnie di facce e voci intermittenti ed inodori
Globalizzazione
c’è da qualche migliaio di anni ma ce ne siamo accorti solo negli ultimi decenni. Permette il benessere in una parte del mondo grazie allo sfruttamento dell’altra parte.
Può esse’ fero o pò esse piuma, è stata quasi sempre piuma, oggi è fero come nel 1347
Supermercato
nuova mecca del consumismo e della vita sociale. Ci si fa la coda dal mattino come ai concerti. Luogo di pascolo plurigiornaliero per anziani ribelli
Borsa della spesa
La più autorevole è quella dell’esseleunga che è da persone per bene, mentre con quella del lidl che è da poveri sicuramente ti multano
Cibo
un tempo tema di conversazione inflazionato, oggi perno dell’ashtagiorestoacasa
Sesso
vedi cibo
Porno
I pochissimi che non conoscevano il genere hanno avuto modo di conoscerlo nell’ultimo mese. Pornhub da la merda all’inps come zoom la da a skype
Divorzio
restate a casa e ordinate su amazon porcellane da lancio
Violenza
Un tempo quasi sempre domestica, ora ancor di più
Panificazione
un tempo industriale, artigianale e ad appannaggio di pochi esperti privati cittadini un po’ fricchettoni e retrò, ora pratica diffusa nel 99 per cento delle famiglie
Panetterie
un tempo..molto tempo fa…luogo economico dove acquistare quotidianamente pane e simili, poi diventato gioielleria di raffinazione delle farine che fa venir voglia di Gdo. Ora luogo di incontro, svago e consumo simile al supermercato. Poi chiuderanno tutte dato che tutti sapremmo fare il pane
Psicologo
Persona che avrà molto lavoro nei prossimi mesi
Parrucchiere, estetista, personal trainer etc. etc.
Persone che devon cercarsi un lavoro per i prossimi mesi
Scrivania
prima in legno più o meno pregiato e differenti dimensioni secondo il rango, ora quasi sempre 150x200cm in lattice o a molle con sedia di piumino
Smartworking
molti lo sognavano mentre oggi tutti lo odiano. Si è scoperto che l’ufficio era un ottima vacanza da mogli, mariti e figli.
Cassa integrazione, ferie obbligate, licenziamento
un tempo furberie del padrone per risparmiare sulle risorse umane. Oggi strumenti del padrone per mangiare
Febbre, tosse, raffredore, congiuntivite
vai in ospedale
Cardiopatia, gastrite, frattura, diabete, artrite, appendicite
ci vediamo in ospedale…l’anno prossimo
Morte
non funerale
Matrimonio cresima comunione festa di compleanno
ci vediamo l’anno prossimo o fate da voi in casa
Abbracci
l’anno prossimo. Nei mesi a venire i non abbracci saran la prima causa di morte dopo il virus
Amici
l’anno prossimo. Vedi Abbracci
Solitario
un tempo persona deviata, pericolosa. Oggi persona rispettabile, sicura, immune al virus
Ospedali
uguale lazzaretti
Infermieri, dottori, personale ospedaliero
furono sottopagati, sono eroi sottopagati
Riunioni
furono occasione per incontro professionale con buffettoni pantagruelici che manco dal jappo. Ora connessione su piattaforma di videochiamate e le vivande te le compri tu scroccone!
Convivio
Antica usanza delle civiltà mediterranee, definitivamente perita
Zoom
mai sentito fino a un mese fa ma gli da la merda a Skype
Portineria
un tempo pozza nella savana dove si assembravano le comari. Ora desolata palude di ristagno virale
Social media
quello che ci salva dal contar piastrelle e chicchi di riso
Reti
dove la palla dovrebbe andare, o da pesca, poi son venute quelle internet che surrogano efficacemente la vita sociale, sia in pace che in guerra
Sport
ci vediamo l’anno prossimo, mancanza dello S. prima causa di morte per gli ultras
Scuola
su zoom
Insufficienze, debiti, bigiate, studenti negligenti
Tuttiiii promossiiiii!!!!
Professori
un tempo personale sottopagato per farsi un culo quadro coi bambini e resistere a genitori laureati ad honorem. Ora esperti di videocall o privilegiati a casa a far un cazzo con lo stipendio assicurato.
Euro
nessuna pandemia quando c’era la lira, è una coincidenza?
Picco
Lo si temeva e lo si scalava, ora lo si teme e si cerca di spianarlo
Smartphone
già migliore amico dell’uomo e della donna, adesso i bravi amici lo puliscono sovente
Ospedale
uguale lazzaretto
Corea del Nord
eden dove il virus non esiste
Isole Salomone, Samoa, Kiribati, Stati Federati di Micronesia, Tonga, Tuvalu, Palau, São Tomé e Príncipe, Isole Comore
eden….dove il virus non esiste
Giornalisti
menagramo, violentatori di sinonimi forbiti
Fake news
si rincorrono grazie a laureati ad honorem in virologia e ingegneria delle telecomunicazioni, youtubbers, facebookiani, o artisti dell’hype.
News, Serie Tv
leggete romanzi e studiate, ascoltate la musica, fate ginnastica, spolverate, sistemate la casa, ogni tanto qualche film, segatevi o scopate, drogatevi, alcolizzatevi e coccolatevi se potete
Immigrati
secondo i manager portavan malattie, ora son i manager ad attaccarle a loro
Amuchina
un tempo prodotto amato dagli schizzinosi ed igienisti, ora prodotto d’uso comune che manco l’acqua. Amuchina = 1 lt d’acqua + 0,1 % di candeggina
Politici
prima eroi o merde, ora pure
Ottimisti
prima persone positive che trainano la società, ora faciloni, boris jonsniani, a cui si augura di beccarsi il virus
Pessimisti
prima zavorre da trascinare, ora persone sagge, prudenti
Musica
prima dal vivo, ora dal balcone
Film
tutti belli tranne Contagion
Corona
Birra o copricapo per altezze reali
Hotel Milano !
I paesini s’accalcano uno sull’altro, in fila sulle coste di monti a pois di ville.
Il bosco invece inizia molto in alto, ben oltre i pendii impervi, dove pure si è costruito.
Han lasciato la foresta solo nelle gole dei torrenti e sopra le gabbie di ferro che imprigionano le falesie ribelli, dove portare una strada sarebbe stato troppo oneroso, mentre dappertutto giardini ed alberi addomesticati decorano un continuum di cemento, vetri e tegole.
Sacre ab aeternum, le piane di fondovalle son riservate al sostentamento; non vi si è mai costruito per lasciare spazio ai capricci dei fiumi ed agli orti. Nonostante oggi frutta e verdura andaluse crescano al discount, la maggior parte delle famiglie vive ancora grazie ai campi, di fabbriche. Mentre sale, il milanese scorge lontane falesie grigie che sembran chiudere in fretta la valle, ma il navigatore gli indica ancora molti chilometri di curve. Ed infatti non finisce, solo nasconde il suo resto, virando brusca sotto quelle rocce che da vicino finalmente sono sincere, pareti di enormi industrie bigie.
Solo lo slancio delle ciminiere ingentilisce quei mostri squadrati da panico: oscurano il paesaggio, vedi buio a stelline, la testa e i polmoni si svuotano. Te la puoi cavare solo con gli istinti ancestrali: fuga, difesa o attacco. I sindaci conniventi li meneresti, ma non si fanno mai vedere, quindi provi a fingerti morto come fai di solito di fronte alle ingiustizie dei grandi ma ti sgamano, perché anche gli attori provetti ogni tanto deglutiscono, per cui non ti resta che fuggire dagli autovelox, sciacquando con l’adrenalina l’amaro di una domenica frustrata.
Respira.
Negli anni settanta nella bergamasca si scioperava poco e gli industriali costruivano cubi di cemento mentre, i peggiori fra i Calabresi e i Sardi, gli rapivano i figli. Prova a non gongolarti in emozioni da tg4 e scoprirai che eran delinquenti che s’ammazzavano fra di loro: deturpare per sempre una valle e consumare tre quarti della vita di migliaia di operai è peggio che tener segregata una persona qualche mese, sconvolgendo la serenità di una famiglia benestante. Se ancora confidi in un farabutto incravattato e teleaspetti un capro espiatorio inquietante, da foto segnaletica, spero che La Storia prima o poi ti smentisca, riordinando imprenditori e rapitori nella stessa risma. O chissà, magari, in nome di Dio, saran fatti tutti santi, in barba all’artificio della lotta di classe, e pure a quella morale fra bene e male poiché, a vederla di sguincio, l’industriale è un benefattore che da lavoro e sostentamento a centinaia di famiglie, e il bandito pure, a suo modo, crea reddito.
I sottoposti di entrambi sudano l’agio, guadagnandosi lo stipendio in forma di piccole parcelle di profitti enormi e riscatti milionari. Fra questi, i più capaci si mettono in proprio, diventando a loro volta imprenditori o capibastone, i due attori protagonisti della transizione urbana, l’ennesima rivoluzione della nostra specie e la più importante da diecimila anni, quando da nomadi raccoglitori quasi tutti, pian piano, siam diventati contadini mentre, solo da qualche decennio, da contadini ci trasformiamo in cittadini. Il mondo è nelle mani di quest’ultimi anche se, in alcune parti del mondo, solo chi ha un campo mangia con regolarità.
La sedentarizzazione, detta transizione neolitica, è invece un processo terminato per tutti tranne che per un residuo di umanità con-turbante, che vaga per steppe e deserti, protagonista di safari umani, altrimenti chiamati vacanze culturali a contatto con la popolazione locale, come scrivono i depliant delle agenzie di viaggio: in Africa per vedere come eravamo bifolchi cent’anni fa, in Himalaya o sulle Ande per toccare con mano i racconti di miseria, freddo e fame dei nonni Trentini, Veneti e Friulani, scappati in città prima e dopo la guerra.
Gli zappatori, diventati impiegati, rievocano la preistoria grazie ai lowcost e l’alta velocità, ritornando nomadi per due settimane l’anno e una manciata di weekend. Alcuni, di solito quelli che sono in città da più generazioni, ritornano zappatori, pagando weekend di volontaria schiavitù negli agriturismi. Nel tempo libero i più abbienti alternano nomadismo, corvè e safari umani.
Pochi si arrischiano a far impresa perché i margini non sono quelli degli anni del boom quando i più savi fra i capaci investivano i risparmi in attività imprenditoriali, piccole botteghe, partite di cocaina dalla Colombia, ruspe, furgoni ed appalti in Lombardia.
Milano è stata costruita dai magut di Berghem, che dagli anni cinquanta in poi han steso calce per mezza padania mentre l’altra mezza l’han fatta su i meridionali. Tutti ex contadini che con la sola imposizione delle mani, nude, con un badile o una cazzuola, arroccavano case sullo storto del paese mentre con gli strumenti ed i giusti materiali gli veniva perfin troppo facile tirar su parallelepipedi squadrati nei cantieri di pianura, tanto che gli rimaneva la voglia di lavorare. Così, mentre Milano raddoppiava e triplicava di giorno, la sera e nei weekend, in val Seriana, in Imagna ed in Brembana, si costruivano megalopoli lineari. Se non fosse stato per il campanilismo i paesini, ormai paesoni, si sarebbero saldati l’un con l’altro ma, con la scusa di un prato, una galleria, una curva secca o un fiume, si è quasi sempre lasciato uno spazio a mo’ di cuscinetto, corrispondente il più delle volte agli storici confini dei pascoli. Gli ambientalisti gioivano del contentino e gli abitanti proteggevano identità di paese millenarie, custodite per tradizione in quelle poche migliaia di metri quadri attorno ad una chiesa e tramandate in sfumature dialettali, diverse ogni duecento metri, dagli stessi quattro cognomi di mille anni fa. Ora in più solo qualche Abdul, Mustafa e una manciata di impronunciabili eponimi balcanici.
Mentre gli alternativechic di città gradirebbero pucciare la faccia nel letame ed idolatrano i biocontadini, sulle coste dei monti ancora si gareggia ad ostentare civilissimo benessere di ville lisciate ad intonaco Mapei. Appena si può si va in città a far acquisti e coda, bilanciando il flusso contrario di sciatori urbani, mentre se si ha poco tempo si ripiega sulla codina dell’OrioCenter che è la stessa roba che andar in centro a Milano se non per il bel panorama del Duomo.
Ora si è davvero benestanti solo se si hanno dei servi a cui far fare il lavoro, per cui pochi lavorano la sera e nei weekend ma piuttosto pagano dei muratori che all’ora gli costano il doppio di quanto guadagnano loro stessi in ufficio o in fabbrica.
Non c’è più pericolo che qualcuno sia costretto a tornar a zappar la terra, quindi la gara per emanciparsi dalla stalla è diventato puro sport, i cui partecipanti sono motivati dalla vergogna per i genitori villani e l’orgoglio del conquistato benessere. Giardini ordinati, lisci e squadrati, come il cemento delle strade della metropoli a cui anelano i loro proprietari, sono sottoposti a costante e reciproco controllo. Bisogna stare al passo con le migliorie del vicino, apportandone sempre di nuove e bollare come pacchiane le ardite scelte decorative altrui.
Il pettegolezzo del borgo è l’unico residuo della villania, anzi dell’evoluzione, senza il quale la società degli uomini si estinguerebbe. Ce lo portiamo dietro fin dalle piazze di Uruk, mentre ora, sia paesani che cittadini, lo fanno volare nei novanta gradi di aria – spazio – vuoto – nulla fra la tastiera e lo schermo.
Sempre meno affollato l’acciottolato, dai pettegoli e pure dai dissidenti.
Parlar, bene o male, degli altri, crea identità; consolida la consapevolezza o la fede di uno o di molti di esser nel giusto fra giusti, rinsalda le amicizie e costruisce capri espiatori, i parafulmini dell’aggressività all’interno di un gruppo; facilita anche il controllo sociale ed aumenta lo spirito di competizione, innescando all’interno della società una spirale ascendente di crescita. Il pettegolezzo è un costume diffuso e fondativo, quanto il consumo di cibo ed il sesso, con buona pace degli schietti denigratori del chiacchericcio che spettegolano pure loro senza accorgersene quando sono ingenui, mentre i furbi sparlano con stile e non lasciano indizi.
Altri ancora, la maggior parte, si dedicano alla ricerca di capri espiatori adeguati e si dichiarano sia schietti che colti, qualità che difficilmente possono convivere, e spettegolando sui pettegoli, in nome del pio ripristino della morale, secondo modaioli ideali di rettitudine conformi al senso comune in voga durante quel decennio.
Nelle valli quando si sparla di quanto uno è preciso nel tagliare l’erba, curare i fiori o pulire il vialetto, ne si quota il valore nel mercato sociale della comunità, mentre nelle portinerie di città vicini condannano vicini, rimettendosi al giudice amministratore e al portinaio boia. Il povero disordinato è sempre stato pure cattivo per cui, chi non riesce a star al passo, confida nell’estremo rimedio della giustizia, segnalando gli abusini del vicino alle autorità. Tanto, a cercarle, le magagnucce si trovan sempre, anche nelle case dei finanzieri.
Il bel nido non è mai fine a se stesso; gli umani come gli uccellini confezionano raffinate villette con rametti, travi a vista, germogli rari o marmi pregiati, per guadagnare appeal e prestigio. Costruire, o farsi costruire, buoni ripari è un buon indicatore di fitness cioè della capacità di intessere buone relazioni sociali ed accumulare risorse, competenze apprezzate trasversalmente dalle amanti di uccelli di ogni specie.
Le valli bergamasche rivendicano il primato di prossimità con la metropoli, celebrato nello splendore degli edifici e nella reverenza verso il turista milanese. Come loro ci provano i Veneti dei Lessini e i Bresciani della Val Camonica e della Valsabbia, troppo lontani e sconosciuti quelli ad est del Vajont.
I tirolesi, definitivamente inquietanti, rimpiangono i vari fuhrer. tranne forse solo l’ultimo. Piemontesi e Valdostani, antichi coloni dei feudi d’Italia, se ne sbattono di Milano ma guardano con deferenza alla Francia, lasciando le vacche al pascolo e case di pietra per celebrare il passato contadino, carino da evocare anche in luoghi squarciati dalla modernità come Teppe e il rustico lungo autostrada da Ivrea a Saint Vincent. Oltre ad avere il complesso con quelli a nordovest più che con noialtri bauscia, troppo poveri qua non lo son mai stati, e poco han da dimostrare e ripudiare.
È da quattro anni che provo ad odiare i miei vicini in montagna che ogni sera martellano, fresano, avvitano, segano. Ho biasimato la loro lentezza nei lavori simile a quella dei fiumi che cesellano le valli e la scarsa lungimiranza economica. In famiglia han tutti un buon lavoro e, facendomi i cazzi loro un po’ più del dovuto, ho calcolato che un impresa edile in pochi mesi completerebbe lavori che portano avanti da anni per proprio conto, tutte le sere, proprio tutte, tranne natale e capodanno forse, certamente nei weekend e pure d’inverno col gelo. Il tempo guadagnato si tramuterebbe in reddito, colmando velocemente l’investimento effettuato. Odio che nasce da invidia e si risolve in profonda ammirazione per loro e per il luogo che amo.
Da queste parti, un po’ prima dell’anno mille, si spostava lentamente il confine fra la barbarie e la civiltà. Al di là del fiume, dietro la montagna, finiva la teoria dei feudi sparsi sulle ceneri dell’impero ed iniziava il mondo dei pagani. Terre di leggende terribili e favolose dove i cristiani potevano trovare selvaggina in abbondanza, concludere rischiosi ma proficui commerci con gli ingenui montanari e scorgere il diavolo fra le ombre della foresta.
Il confine si muoveva quando una tribù accettava più o meno di buon grado di sottomettersi alle leggi del mondo dei civili in cambio di sicurezza alimentare ed incolumità fisica. Alcuni frati indomiti convincevano i barbari a radunarsi sotto l’ala protettiva del cattolicesimo, più funzionale degli dei pagani ad ammaestrare le masse alla disciplina della produzione agricola su scala industriale.
Era una delle tante piccole crociate per cui si contemplavano perdite.
Fra i martiri dell’acculturazione, vale la pena ricordare il buon Fra Vigilio, inviato in Rendena dal Papa in persona per persuadere i Pinzolini ad abbracciare la fede in un unico dio. Si dice che all’inizio si limitasse a raccontare le meraviglie di Roma e del mondo civile; aiutava i pagani con qualche moneta e conversava paternalmente coi pastori. Intesseva buoni rapporti con i capi locali che lo tolleravano poiché sarebbe potuto diventare un buon gancio per eventuali commerci con l’impero. Sperando in una facile conversione dei locali, ebbe l’ardire di abbattere un palo di legno, simbolo pagano di prosperità, al che i Pinzolini offesi, anzi incazzati proprio, reagirono in maniera decisamente impulsiva, facendo in modo che proprio quel tronco che lui voleva abbattere, attraversasse longitudinalmente il suo corpo, passando da una via di piacere all’epoca molto frequentata quando si voleva scoraggiare l’emulazione di comportamenti sciagurati; quindi lo scuoiarono e ne gettarono le spoglie nel Sarca.
Per paura di far la stessa fine del loro profeta, i discepoli se la dettero a gambe lungo il fiume, cercando di non perder di vista i resti che già scorrevano veloci verso valle. Nei pressi di un’ansa, i contadini di Tione riuscirono a pescare il corpo del martire che ebbe degna sepoltura proprio lì sulle rive del Sarca e quel punto rimase per secoli il limes simbolico fra barbarie e civiltà. Più tardi, con il Concilio di Trento, quando in Trentino tutti, d’un botto, divennero cristiani, il martire venne santificato ed in suo onore venne costruita una graziosissima chiesetta immersa nel bosco, la chiesa di San Vigilio, da sempre luogo un poco sinistro e splendido, soprattutto la notte, per giocare a nascondino, raccontare storie del terrore e far l’amore.
Più in su c’è il paese. Appena sopra il centro, verso il monte, il rione delle Ville raggruppa una cinquantina di enormi case di pietra, molte ristrutturate aggiungendo un piano la dove c’erano le pierse, i solai aperti, un tempo adibiti a fienili. Qui, in un triangolo di sole, comandano tre o quattro signore anziane che si affacciano alla finestra un paio di volte al giorno per scambiarsi un saluto e controllarsi a vicenda, perché se dovessero avere un malore, cadere nella doccia o rimanere bloccate a letto, i discendenti assenti se ne accorgerebbero solo dopo giorni.
Vent’anni fa in agosto, ma spesso già da fine giugno, il triangolo era un palcoscenico in cui si esibivano in un unica pièce turisti e locali, bambini, vecchi ed adolescenti, famiglie al completo di tutte le generazioni. Lì dalle quattro del pomeriggio, quando ci si svegliava dai riposini, si passava il tempo fino all’ora di cena. Di mattina le conversazioni si limitavano a qualche scambio frettoloso mentre si spazzava l’uscio e per lo più ci si intralciava volentieri in chiacchere lungo il corso, liquidandosi solo poco prima della chiusura della posta.
Con la sirena del mezzogiorno tornavano i fungaioli, più o meno sconvolti o frustrati dalle levatacce all’alba, quando ingaggiavano una gara silenziosa a chi si svegliava presto, per arrivar prima degli altri in una delle solite quattro, famose, segrete, fungaie. Nel triangolo di sole, col sorriso o col broncio, a seconda dell’esito dell’uscita, si confrontavano i bottini con circospezione, perché quasi nessuno aveva il permessino del comune e le guardie passavano proprio da quella strada per tornar dal monte. Una volta sulle griglie d’essiccamento, i porcini non costituivano più corpo di reato ma solo motivo di vanto e perculamento di quelli che avevan girato a vuoto nei boschi sbagliati, bonariamente invitati ad andare a procurarsi il bottino al supermercato.
Quasi tutti noi bambini la mattina potevamo dormire a piacere ma subito dopo colazione ci toccava fare i compiti. Ci era comunque concesso un quarto d’ora d’aria per andare a comprare il pane, incombenza che svolgevamo con gioia perché era una buona scusa per sganciarsi dai libri, fare un giro con gli altri, e maneggiare del denaro come i grandi. Ma soprattutto recarsi in quel panificio, voleva dire coinvolgere tutti i cinque i sensi in un esperienza deliziosa. Già duecento metri prima, si sentiva nell’aria l’odore di pane caldo, e quando entravi venivi investito dal calore del laboratorio e dal profumo. Le michette erano ordinate dentro a cestini di vimini con cartellini del prezzo su cui noi non leggevamo numeri ma parole come “divorami”! Perfino il sacchetto di carta marrone era fragrante come i panini, caldi e scricchiolanti sotto le nostre mani. Ne compravamo sempre in abbondanza per mangiarne 3 o 4 lungo la strada del ritorno. Già da vent’anni al posto del Panettiere c’è una banca ma chi da piccolo ha trascorso le estati alle Ville, quando va a prelevare sente ancora odore di pane.
Il pomeriggio ed anche dopo cena ci si trovava sulla panca di sasso nel triangolo e si chiaccherava, dando un’occhiata distratta ai bambini che scorrazzavano liberi per tutto l’isolato e poi anche in prati lontani dalla vista; tante sbucciature e qualche taglio profondo, riparato al vicino pronto soccorso. Si frignava a dirotto più per l’alcol sulle ferite e il mercurio cromo che moltiplicava la reale quantità del sangue perché di incidenti veri e propri ve ne furono pochi. L’unico degno di nota è quello accadde ad un amico fraterno, travolto da un motociclista scemo, ma fortunatamente guarito bene in qualche mese, ed infatti le ginocchia se le è maciullate per davvero solo molti anni, con il calcio.
Tutti i giorni qualcuno andava o veniva dalla città. I genitori si ritagliavano un weekend per venire a trovare figli e nonni. Cugini e parenti vari approfittavano della manna di una casa in montagna per trascorrere brevi vacanze lowcost perché non c’era ancora Ryanair ma ci si muoveva con auto poco ecologiche e molto sgarrupate, che si distinguevano una coll’altra grazie a rumori caratteristici, preoccupanti sintomi di usura di macchine che si facevano durare almeno vent’anni.
Il pubblico in panchina poteva riconoscere il proprio parente in arrivo con parecchi secondi di anticipo poiché le macchine, nello sforzo della salita, eseguivano le loro migliori sinfonie. Ad esempio quella di mio padre aveva la cinghia sibilante e lo sentivo arrivare con parecchi secondi di anticipo mentre il papa del mio amico aveva le gomme grosse e faceva un rumore sordo, come di valanga.
Sulla ripidissima salita prima della casa, perfino le eco silenziate di oggi borbottano. Un’infida strettoia costringe a rallentare e cambiare marcia per poi immediatamente fermarsi allo stop e ripartire in salita senza far spegnere il motore, esperienza mistica per il guidatore milanese. Bisogna poi girare subito a destra in una breve discesa, cacosinfonica in quegli anni in cui pochi erano solerti nel cambio delle pastiglie.
Dato che i cellulari non c’erano e men che meno c’era la posizione mobile di wattsup, trepidavamo per l’attesa di padri, nonni e cuginetti, sentendo rumori che non c’erano e sporgendoci a vuoto decine di volte sulla strada che veniva dal monte, allora assai più trafficata di oggi. Più volte al giorno la percorrevano l’Armando e il Rolando, anziani contadini pieni di soldi, che ancora a fine millennio spingevano a mano carretti stracarichi di fieno mentre il trattore lo conservavano per la legna.
Dal lato opposto della strada viveva il signore con il nome più strano del mondo che ci faceva le fionde con i copertoni delle biciclette e si chiamava Crispino. Con quelle armi micidiali ferivamo le galline dell’Annibale, padre e nonno di quei vicini laboriosi che non riesco ad odiare. Sulla famigerata strettoia in salita, da cui erano costrette a passare le auto, c’era un puzzolentissimo pollaio di un altro signore dal nome curioso, l’Olinto, dove noi bambini ci fermavamo per ridere e contorcerci in smorfie di disgusto, tirando alle galline molliche e pietruzze. Nel grande prato giocavamo a calcio e ci inventavamo partite di tennis, scavavamo buche enormi che scatenavano l’ira del nonno operaio che anelava al prato da nobile inglese.
Parenti ed amici in esubero li si mandava all’Hotel Milano, quand’era vecchio e fatiscente, Da quando l’hanno ristrutturato, qualche anno fa, è chiuso come un divano incelofanato nelle case dei nonni che aspetta da anni il suo momento. È utile solo l’insegna che fa da cartello stradale a prova di ipovedenti.
Da quella parte in effetti si va proprio verso Milano, e se un centinaio di metri prima hai mancato la segnaletica ufficiale sulla rotonda, è impossibile ignorare l’imponente didascalia in legno a cui manca solo la freccia per essere un edizione speciale dell’Anas.
Il turista metropolitano si compiace nel veder menzionata la propria città duecento chilometri lontana. Il luogo della quotidiana fatica ricorre nelle cronache, in tv, nella cultura e perfino è menzionato, a caratteri cubitali, su uno degli edifici più belli della valle. Il ritorno a casa è meno doloroso, poiché in fondo si torna in un luogo prospero, sulla bocca di tutti e celebrato anche da quella bella scritta intarsiata nel legno. Il milanese resuscita in un attimo dalla quiete dei monti, fatta di paesaggi e personaggi antichi, indietro di un decennio, come gli piace pensare, illudendosi di scandire lui un tempo immobile per i montanari.
Negli anni settanta e ottanta la vacanza in montagna era una morte programmata che si attendeva con impazienza. Prima che il dibattito sull’eutanasia la trasformasse in una locuzione greve, che impegna la morale e svilisce la politica, si “staccava la spina” dalla città, dal lavoro, e perfino dai soliti amici che coll’afa pure loro li si sopportava sempre meno. Dormire tanto, mangiare tanto ed annoiarsi a morte, le uniche cure alla frenesia urbana. Infinite mani di scala quaranta fra i vecchi e rubamazzo per i più piccoli, poca televisione perché non c’era e quando c’era era piccola perché si portava su quella vecchia della casa di città, spesso in bianco e nero; una teca di farfalle durante i temporali fin quando non saltava la corrente, uno dei momenti più belli della vita di un bambino. Il ticchettio violento della pioggia sul tetto ed il buio, totale. Fuori i lampioni neri assomigliavano ad alberi spelacchiati, finché quando s’iniziava quasi ad aver paura per davvero, si scorgeva un lume alla finestra del vicino. I grandi, finalmente impotenti ed impauriti come i piccoli: “dove son le candele ? dov’è la torcia ?” Tutti costretti ad una mosca cieca, senza possibilità di barare! fra i ragazzini più grandi volano coppini mentre quelli più bastardi fan sgambetti al nonno che sbatte la crapa sullo stipite e bestemmia. Madri di chiesa inciampano e bestemmiano pure loro. Si sghignazza a più non posso; grida e parolacce rimangono impunite perché è anarchia da catastrofe naturale e tutti ormai son sciacalli. È il momento dei sabotatori di giochi di società, a monte le mani a carte fra gli adulti che in queste situazioni tornan fanciulli e non si sa mai che imbroglino pure loro. Quando torna la luce la dispensa è spalancata, mancano caramelle e golosità riservate per le feste ed immancabilmente c’è qualcosa o qualcuno riverso a terra. Ripristinare l’ordine è utopia di buffissime mamme col bernoccolo, incazzate come iene e dall’autorevolezza ormai inficiata, almeno per quella sera.
Sono sospiri di sollievo e scemissime risate. Gente che va a letto perché tanto i giochi son saltati, chiacchere a vanvera fra i pochi rimasti svegli, finché, alla luce delle candele, sguardi misteriosi incoraggiano confidenze e ci si addormenta ridendo.
Si andava nello stesso posto tutta la vita, per vite di seguito, per generazioni. Si veniva portati da piccoli e, senza accorgersene, ci si ritrovava a portare dei piccoli. Una settimana in Adriatico, di rado ad un mare vero, e poi li quasi tutto agosto, e qualche spizzico di ponte e weekend. Si saliva anche ai morti quando pioveva sempre, a natale, capodanno e carnevale quando non nevicava mai, a Pasqua quando nevicava sempre mentre chiudevano le piste da sci.
Tutte le vacanze tranne quella settimana in spiaggia, senza noia e velleità da selfisti giramondo, con la gioia di avere un lavoro a cui tornare e una famiglia a cui badare. In montagna ci capitavano zii, genitori, lontani parenti, cugini di -esimo grado, lati oscuri di famiglia che non vedevi mai.
E gli amici che frequentavi al paese mica li vedevi in città perché ognuno c’aveva i suoi impegni, i suoi giri con quelli di scuola e di sport e poi, quando qualche incontro lo si combinava, veniva sempre fuori una roba davvero triste. I genitori non potevano chiaccherare sguaiati come in paese perché quei santi farabutti dei sopracitati impresari avevan detto ai magut di risparmiar mattoni e cemento per le pareti divisorie dei palazzi cosicché a Milano non serve appoggiare il bicchiere al muro per farsi i cazzi del vicino e quando parli di soldi o scopi ti tocca farlo piano. Ancor peggio era per i piccoli, che provavano quell’emozione, per loro rara, dell’imbarazzo, quando incontravano i compagni di avventura della montagna nei luoghi irregimentati della città: giardinetti cintati, strade pericolosissime che non lasciano spazio a movimento e fantasia alcuna, poco fantasiose pure le ludoteche, appartamenti in cui bisognava star fermi per non danneggiare salotti di facciata e rigare il parquet – maledizione del borghese che si costringe a vivere con la fobia di rovinare un pavimento di legno pagato come argento – e poi coprifuochi da periodo bellico per scampare alla violenza e alle siringhe. Quegli incontri in città erano davvero molto tristi, estremamente tristi nella scala di felicità in cui all’estrema felicità ci sono quelle volte in cui in andava via la corrente durante il temporale. È questione di ritmi, ambiente, profumi e poi sicuramente anche dell’estate in sé, che a prescindere di dove la si trascorra, è un momento di pausa dagli affanni quotidiani.
Quelli che in montagna eran sciamannati, poteva essere che in città si trasformassero in manieristi silenziosi, addomesticati dagli impegni e dal cemento. Alcuni palesavano lati oscuri che emergono solo se li si guarda e quindi tanto vale lasciarli sublimati che non conviene a nessuno ridestarli, tanto meno ai loro proprietari.
Raramente qualcuno aveva il coraggio di scappare e, per fraintesa cortesia, si tirava avanti l’incontro elencando i ricordi dell’estate come anziani che parlano di un felice ed irripetibile passato di cui invano cercano di rievocare l’atmosfera.
Quello che facevano d’inverno i locali, cioè i nostri amici che vivevano al paese, era un mistero. Noi bambini li invidiavamo perché pensavamo che rimanendo lassù, cioè non andandosene con le prime piogge di settembre, come facevamo noi, fossero sempre in vacanza, quindi li consideravamo i bambini più fortunati del mondo. Ovviamente la realtà era ben diversa. D’estate ridisegnavano le loro consuetudini per adattarsi alla convivenza coi turisti, e lo facevano volentieri, non tanto per il tornaconto economico di cui beneficiavano del resto solo pochi droghieri e affittacamere, ma per uscire dalla quotidianità del paese, proprio come noi uscivamo dalla quotidianità della città, andando in vacanza.
La routine della metropoli è scandita dal lavoro ma si dissipa facilmente nel caos di luci e rumori di cinema, locali, musei, eventi e relazioni, per cui davvero è facile stressarsi ma difficile annoiarsi. Su nei paesi invece l’inverno è lungo e monotono e le relazioni son sempre le stesse. Dopo i magnifici colori dell’autunno, rimane solo freddo e silenzio ed anche il sole si fa vedere sempre meno, tramontando prima del tramonto dietro le montagne.
Anche a Milano c’è pochissima luce, tutto l’anno peraltro, dato che la ricopre un velo di piombo, acciaio, nebbia, di uno schifo di grigiume, vezzeggiato con forzato romanticismo nei romanzi, ma almeno le luci artificiali, la gente, il casino snervante sono una manna per l’umore.
Ora in montagna non si muore più e quindi nemmeno si resuscita ma ci si stordisce solo un poco. Si viaggia in catalessi nell’extraordinario delle capitali europee che l’aereo ti costa poi meno del pieno di benzina per salire in valle. Tre o quattro giorni, un bel weekendone lungo coi permessi, una settimana o poco più da infilare fra la vacanza lowcost dall’altra parte del mondo e le non ferie passate a lavorare in città per averne di più in inverno quando i tropici danno il meglio.
Di solito i giorni son talmente pochi che il ritmo non fai in tempo a perderlo, non vuoi nemmeno perderlo perché sai bene quanto è dura riacquistarlo ed anche in ferie è bene restar impegnati come in città. Si maturano esperienze da annoverare sul curriculum sociale, infarcendo il tempo libero di vissuti enogastronomici e (stereo)tipici tour culturali, oppure rimbalzando impavidi fra pseudoavventure naturalistiche per scrivere la parola rischio in una biografia di polizze, in attesa messianica della pensione. Si salgono montagne e si scendono cascate raggomitolati nelle corde come involtini al forno, si sfida il vuoto fra un pilone e l’altro della funivia e si conquista la cima per sconfanarsi polenta e capriolo allevato sul Po. Pornografie paesaggistiche in eccesso che fan tornar presto la voglia di cemento.
L’Hotel Milano da anni fa gioco solo all’Anas, all’estetica del paese e alla boria dei turisti metropolitani. Qualche golosone se l’è visto lì bello bello nel mezzo del prato ed ha provato a prenderlo in gestione ma è fallito in una stagione. Onore e pace al portafoglio suo. Pace ad un altro bell’albergo sepolto sotto un monumentale Lidl che del suo splendido parco ne ha fatto un comodo parcheggio. Onore ai pochi affezionati che decrescono felici ogni anno, sparpagliandosi in una moltitudine di airbnb.
Recensione di una mostra che non ho visto
Le foto di quel fotografo occidentale che fotografa extraoccidentali di ogni parte del mondo, ma per lo più mediorientali dagli occhi celesti, solleticando le pulsioni esotiche degli europei e dei nordamericani, sono semplicemente meravigliose.
Ed anche se qualche critico di settore potrebbe deprecarne la qualità formale, che, peraltro, credo sia elevatissima e nessuno l’abbia, fino ad ora, mai messa in dubbio, queste immagini hanno un impatto emotivo così potente e diffuso, da poter essere annoverate fra quelle opere d’arte a s s o l u t e, patrimonio dell’umanità, come i monumenti dell’uomo o della natura, che strimpellano le corde giuste di qualsiasi essere umano, e godono perciò di una riverenza universale.
Sebbene soddisfino ampiamente il criterio di selezione del registro Unesco, cioè l’eccezionale valore universale, ed in particolare rappresentano – senza ombra di dubbio in questo caso – un capolavoro del genio creativo umano, le opere d’arte figurativa, per definizione beni mobili, cioè non facenti parte di uno specifico luogo, non possono godere dell’onore e della protezione riservata ai Patrimoni dell’Umanità ma beneficiano di tutela solamente in proporzione all’autorevolezza conquistata dall’artista, sul terreno delle pubbliche relazioni e del consenso mediatico, misurabile in termini di citazioni ed affluenza alle esposizioni. Nuotano dunque nello stesso mare dei dipinti, della scultura e della musica, nutrendosi del plancton dei like e schivando la voracità critica dei colti di settore, liberi di sciacquarsi la bocca dalla trincea del de gustibus non disputandum est, financo su classiconi come la Gioconda, la Venere di Milo e Vorrei ma non posto.
Del resto pure voi, in gita a Parigi con la scuola, avete cacciato improperi, dopo che vi siete fatti ore di fila per entrare al Louvre, per piazzarvi di fronte al quadretto che immaginavate quadrone ed, oscillando stupidini davanti alla Monnalisa, vi siete resi conto che non ha il potere magico di seguirvi con lo sguardo, rimanendoci malissimo, quasi come quel giorno che avete capito che Babbo Natale era vostro zio. Il rimpianto di esser andati al Louvre senza studiare invece, l’avete superato solamente una domenica di molti anni dopo, in coda, sotto la pioggia, davanti a Palazzo Reale, espiando col gelo il peccato di aver usato l’ora d’arte come un’ora buca in cui studiare per quella successiva.
Stupidera, sintomo di sana adolescenza, che smaltiscono prima le ragazze, come al solito, per tutto, e più tardi i bambini, consacrandosi a rivoluzionaria adultitudine di canne, collettivi, libri e musica underground, ed alcuni, anche appendendo in cameretta la riproduzione di una celebre opera del geniale fotografo, quella della ragazzina afgana dagli occhi celesti: un’immagine conturbante, sia perché quegli occhi evocano quelli della manza/o di turno sul poster che avete appena rimosso per la vergogna di una pubertà conclusasi davvero solo in quell’esatto momento in cui avete deciso di far posto all’afgana, e poi perché la sua pelle – quella dell’afgana, non della manza/o hollywodiana/o -, le sue vesti, il contesto suggerito dalla didascalia, i simboli e gli stereotipi che veicola, vi hanno permesso di aggiungere una pietra angolare all’edificio della vostra identità, che vorreste un giorno schierare a fianco delle solide e ben rifinite ville dei colti, sensibili e democratici, il miglior quartiere adulto in cui vivere nei sogni di un adolescente non calciofilo.
Allora come oggi, l’autore del ritratto fa un gran tendenza ed averci una sua foto sul facebook o sopra il letto, è autocertificazione di antirazzismo and Open-mindedness, per cui nei giorni di festa attaccati al Natale, quando il Mudec aprirà i battenti con una nuova mostra del celebre fotografo, affluirà una moltitudine di aspiranti fotoreporter, viaggiatori, intellettuali, e, mescolati fra questi, sicuramente, anche una corposa rappresentativa di razzisti legaioli, sfrontatamente scudati dietro fresche frequentazioni di messe e beneficenze dell’aiutiamoli a casa loro.
In effetti gli uomini, le donne e gli animali, uomini o donne assieme ad animali, insomma le bestie tutte tranne forse la bionda col nobile cavallo, gli Animals appunto, come appropriatamente recita il titolo dell’esposizione, stan bene proprio lì dove sono, in una teoria di faretti, fili trasparenti e cornici griffate, che addobbano a presepe il prestigioso fabbricone; fotogrammi a pastello di uno di quei documentari sui luoghi esotici, che ci fan venir voglia di alzarci dal divano, mollare tutto e partire zaino in spalla verso sud e verso est a sfotografare qua e là qualsiasi elemento pittoresco inanimato, bestiale e soprattutto umano. I più desistono perché in quei luoghi manca il primo orgoglio nazionale italico, di recente assurto anche a baluardo antieuropeista, ora che col calcio siam messi a schifo: il bidet.
Con qualche euro di metro e poca fatica, è possibile traslare il patriotico culo pulito in una realtà di animali e animali uomo e donna, ritratti in pose tenerine, come nelle nostre foto petfetish, ma anche in altrettanto pornografiche situazioni drammatiche, come la celebre foto dei cammelli in Kuwait su sfondo di inferno di fiamme.
Le anteprime non lasciano intendere se sia disponibile anche il solito repertorio di mulatti occhiazzurrati, ma è comunque garantito un ricco campionario di scuri dagli occhi neri, con e senza bestie.
Occhi “eloquenti”, come sogliono dire alcuni (mai) critici del fotografo, come se quello sguardo affascinante non fosse un prodotto dell’evoluzione, ma lo sguardo tipico di chi vive in un ambiente di dramma, profonda spiritualità e dignitosa miseria. Quegli stessi occhi profondi si possono ritrovare, privi di ogni fascino, anche nell’affatto spirituale, ne tanto meno poi cosi drammatica, Milano, tuttavia fuori dal loro appropriato contesto di sfondi esotici, quelle persone dallo sguardo eloquente sono ladri di lavoro, buoni per pulire case e culi o vendere culo, fumo e birrette la notte, alla faccia del multiculturalismo, ben narrato nella mitologia greca e riproposto dalla letteratura moderna in codici accessibili solo alle élite intellettuali ed a qualche buonista volenteroso.
A tutti gli altri si insegna che gli stranieri stanno meglio a casa loro, e l’unica alterità digeribile è quella degli spettacoli esotici, secondo un canone stabilito duemila anni fa dai Romani. Il diverso per soma e cultura è circoscrivibile in pochi e stereotipati usi e costumi, ben rappresentabili in un arena, o nel villaggio di casa propria per il gaudio dei partecipanti ai safari umani, altrimenti chiamate vacanze culturali.
Per i bideisti di ogni epoca invece, sono disponibili le esposizioni di schiavi, al mercato preposto e al circo o, adesso, le mostre del Mudec, dove la pedagogia dell’alterità è ancor più digeribile, grazie all’accostamento dei diversamente bianchi con le bestie: lo spettatore ha la sensazione che umani e animali spartiscono emozioni e la medesima terra, ma solo i primi la possono sfigurare. In sostanza una mostra sugli animali, che parla soprattutto di esseri umani, come dice la curatrice, protagonisti della stessa specie dei fruitori, ma fisicamente ed idealmente promiscui alle bestie. Il famoso anello mancante fra uomini e animali, su cui s’accapigliano gli scienziati, l’han già trovato da qualche millennio i cittadini delle società globali, proprio negli africani e negli orientali, oggi protagonisti inconsapevoli delle bacheche social dei vacanzieri e, quando gli va bene, bestiali celebrità nelle foto di un celebre fotografo.
Ha letto sul 12
Una persona che amo molto e vorrei frequentare di più, ha sempre lasciato cadere le mie rimostranze e continua a cagarmi poco. Di spiegazioni biasimevoli ne ho formulate un’infinità, quasi tutte fantastiche e narcise, a parte una che è proprio curiosa: ho scoperto che trascorre gran parte del suo tempo sul tram numero dodici. A me sta cosa che una non mi si fila perché preferisce poggiare il culo su dei sedili vunci e respirare il tanfo di ascelle clandestine, proprio non mi va giù, così mi sono informato meglio per cercare di capire perché non si schioda mai da quel tram ed ho scoperto che ha ottenuto un privilegio di quelli che in Norvegia profumano di civiltà mentre qui da noi puzzano di infame prebenda.
Non maledire la patria – povera Italia ! – stavolta non è la solita regalia all’abbiente politichetto di turno. Il beneficio, guarda un po’, è riservato ad una normale cittadina, per nulla raccomandata o corrotta. È una figlia del popolo come te ma ti prego poi non lamentarti se verrà fuori che è la solita figlia di papà sotto mentite spoglie di punkabbestia, male che vada avrai un capro espiatorio in più contro cui convogliare le tue frustrazioni. Può anche darsi che il sottoscritto abbia preso un abbaglio e rovini a terra, perciò metto le mani avanti e ti dico che lo scoprirai solo vivendo se il gesto splendente è servito a coprire scandali inenarrabili, favoritismi intraclanici e le solite ingiustizie a scapito dei più deboli. Rilassati e rassegnati! non puoi farci nulla, se non aggiungere un poco di zucchero e la pillola andrà giù, come al solito.
Quella che ti sto per rivelare è una concessione da paese scandinavo che in Italia è possibile solo grazie alla forza motrice della pubblicità e al caso. Ciò non toglie che sia un’iniziativa splendida, un miracolo di generosità e intraprendenza per due pachidermi parastatali; un’efficace joint venture fra l’azienda dei trasporti e l’azienda dei telefoni per aiutare una lavoratrice zelante e concentrata non solo durante l’orario di lavoro ma fin da quando chiude casa e, si dice in giro, fin da dopo colazione ma non prima; assolutamente mai prima del pranzo.
Sul dodici c’ha letto per così tanti anni che alla fine un letto gli l’han concesso, là in fondo dove la vettura si restringe e c’è sempre casino, dove un tempo i ragazzini butterati facevano le smorfie agli automobilisti mentre ora, liscini e incremati, fan la trap. Quel culo di tram dista venti metri dal tramvierista così qualcuno la notte ci fuma indisturbato, scopa, ci fa a botte, mentre i più innocenti tatuano il tramvai con scrittine stupidine. Una terra di nessuno, decorata a cuori e cazzi. Dopo anni di calcoli e mille ripensamenti si è deciso di chiudere quella maledetta porta in fondo, da cui salgono i balordi e saltan giù gli scrocconi, anche perché il dodici è lungo lungo ma non è mai pieno pieno, tranne la mattina presto e il pomeriggio tardi dei giorni feriali. La nostra privilegiata ci trascorre per lo più i weekend, la domenica mattina presto, sola mentre tutti dormono, in compagnia di gente per bene che si alcolizza il sabato sera. Fino a qualche tempo fa era perfino costretta a mescolarsi agli isterici felici del venerdì o i tristi incazzati del lunedì ma ora, grazie al nuovo beneficio, ha facoltà di scegliere se esperire il disagio sociale, pardon…assaporare sfumature di umanità, oppure ritirarsi in un lampo in uno spazio riservato solo a lei nella parte posteriore della vettura.
Per uno sguardo inesperto quel culo di tram è un bigio culo di tram come un altro, senonché, appeso sul soffitto, un rettangolo arancione Atm di due metri per uno, spesso una spanna, illumina di colore quel luogo triste. La privilegiata con una speciale applicazione Telecomitalia, disponibile solo per lei sulla app delle apps, può azionare uno speciale meccanismo per cui il cassone arancione si abbassa scorrendo su quattro vecchi binari, riciclati da una vecchia linea, fino ad appoggiarsi sugli schienali delle ultime tre file di sedili. Drappi a fisarmonica che facevano da snodo in un tram a due vetture, si srotolano dal soffitto, trasformando lo squallido culo in esclusivo privé. Una leggera carica elettrica simile a quella dei recinti dei pascoli in montagna, ma un poco più convincente, dissuade i curiosi e i tabbozzi dal toccare il separé. La struttura semovente è stata ricavata dal vano motore di una filovia degli anni ottanta e va su è giù con una semplice pinchata di smartphone. All’interno sono state collocate stanchissime doghe ricavate dai sedili in mogano di un centenario 19, talmente stagionate dalla fatica da sprigionare sonno anche attraverso il materasso, farcito con le imbottiture dei sedili dei vecchi autobus. Nel lembo estremo del tram ci si può accomodare su di un comodissimo sedile da conducente a leggere le tags o raccogliere sempre utili contatti di travoni e puttani, nuovi ogni settimana. Si può anche restar lì catatonici a fissare il vuoto, a far le smorfie agli automobilisti in coda o a se stessi nel vetro ma pure leggere, scrivere o pensare di farlo.
Naturalmente il progetto è al cento per cento ecofriendly, sponsorizzato da mille aziende e cento enti, ed è destinato a far da pilota per tante altre simili iniziative in giro per il mondo. Si istituiranno concorsi o classifiche di merito per cui è probabile che verrà meno la spontanea magnanimità delle aziende e la spensierata accondiscendenza delle istituzioni nell’accordare culi di tram ad uso esclusivo di privilegiati comuni. Come si potrà calcolare la loro affezione al mezzo di trasporto ? non è come stabilire la qualità del legame fra persone in carne ed ossa che io ho deciso si possa ben misurare nel tempo che trascorrono assieme o nel tempo che spendono a cercarsi. Un pendolare ottuagenario che ha preso lo stesso tram per sessantanni, non è detto sia legato a quel mezzo di trasporto più di quanto non sia affezionato ad un mestolo da minestra mentre un giovane che ci fuma, ci scopa o ci fa le tags per un paio di weekend, può considerarlo il primo palcoscenico della sua vita. Chi leggerà avrà letto.
formigoonies
Ogni volta ti fai tentare dalle scale mobili senza scalini, appena inclinate quel poco che basta per illuderti di accorciare distanze, dislivello e bruciare calorie a iosa. Invece arrivi appena un metro o due più su, in un inferno sotterraneo di accecanti vetrine lowcost. Sei alla ricerca del tuo treno veloce ed economico come quando 23 anni fa hai votato lui per fede e cristiana rispettabilità. Speravi nel profeta che scacciasse il diavolo da Milano, assatanata di fama, di danee, da bere a tutte le ore per manichini di plastica e carne in costante orgia di luce. Dagli anni novanta la scighera ha iniziato a diradarsi, ogni anno un po’ di più, finché qualcuno ha iniziato a vederci chiaro: tutti in gabbia, anche i manichini e i giusti, condannati all’eterna ragione ed in colonna sugli infiniti tappeti mobili verso le vetrine sbarlucciacanti. Altri stanno blindati in casa, chi agli arresti, chi in volontaria clausura per timor di sé, degli altri e degli immigrati.
Loro affollano una delle piazze più belle d’Europa. Non c’è pericolo che lo sguardo dei Milanesi vi indugi e solo pochi turisti incauti la sciupano calpestandola. Per gran parte del giorno è un palcoscenico bianchissimo fatto appositamente per la nera disperazione. Sta li bianca e tentatrice la mela del peccato, originale come quella dell’Ipad.
Di sotto viaggiatori puliti continuano a marci(a)re sul tappeto mobile, ordinati e veloci, ottemperando agli ideali su cui è sorto quell’edificio. A becco chino si infilano nelle tenebre della metro sotto casa per riemergere, soli e sole, al sole, solo un’ora dopo quando il treno esce dal sipario metallico di Alberto Fava. Le lampade li tengon svegli e concentrati come fossero già al lavoro, il cuore ha fretta pure a riposo, la pressione s’alza più del normale, quanto costa alla sanità lombarda ? diccelo roberto! dimostraci come si può star calmi in alto mare sullo yacht mazzetta. Clemente e calmo il tribunale, roby hai tutto il tempo per rallentare. La prossima volta anch’io metto la sveglia cinque minuti prima e mi guardo sta bella stazione figlia di un errore, magnifica ed immortale proprio come avrebbe voluto quel bastardo di suo padre. Un attimo per favore! la prossima volta non metto la sveglia, perdo il treno per Parigi e continuo a studiare Marx, finisco a fare il professore di storia e filosofia nel mio liceo di lecco, la finisco anche di credere in Dio ed indugio sulle vetrine; per guardarci dentro senza farmi accecare rimango un filosofo, rinuncio alla laurea in economia e pure all’ambizione, sarò un buon cristiano. Milano e i suoi grattacieli non mi fregano mica! Ce la puoi fare, si diceva Luigi tirando su la cloche del cessna. Ce la posso fare dice chi fa finta di non sentir la sveglia e rischia di perdere treno, lavoro e carriera. Ce la farò di sicuro diceva Roberto pagando gli avvocati, rimborsando ospedali in cambio di ferie. Ce la posso fare dicono gli africani sdraiati nelle aiuole di giorno e sul marmo di notte. Cosa fate ? Venite con noi? Chiede la polizia, a Roberto e agli irregolari come lui. Luigi invece non lo possono arrestare, è scappato al ventiseiesimo piano.
Dai non partire che malinconia, non farlo siamo già ricchi ! dicono le mogli in Africa, e pure Carla lo diceva, Roberto non venderti la nostra vecchiaia in cambio di spiccioli ed immortalità. Invece Luigi è diventato immortale partendo da Lugano, stava bene, tutti alla sua età dovrebbero volare. Roberto compra vacanze e voti, da intenditore si beve Milano negli anni novanta, quella delle annate d.o.c. Gustosa e concentrata, protetta dalle fabbrichette tutt’attorno, ora è sparsa per il mondo. Dal mondo altri sapori la diluiscono. Sperimenta, mescola, con la speranza messianica di un cocktail violento che faccia di più.
Cast
Alberto Fava nel ruolo dell’ingegnere pelato
Carla Vites nel ruolo di ex yachtista
roby formigoonies nel ruolo del furbacchione
Luigi Fasulo nel ruolo di pilota immor(t)ale
Poliziotti ed africani nel ruolo di clandestini
Milano, città aperta
Pirellone, grattacielo basso
Stazione ariana


