Recensione di una mostra che non ho visto

Le foto di quel fotografo occidentale che fotografa extraoccidentali di ogni parte del mondo, ma per lo più mediorientali dagli occhi celesti, solleticando le pulsioni esotiche degli europei e dei nordamericani, sono semplicemente meravigliose.
Ed anche se qualche critico di settore potrebbe deprecarne la qualità formale, che, peraltro, credo sia elevatissima e nessuno l’abbia, fino ad ora, mai messa in dubbio, queste immagini hanno un impatto emotivo così potente e diffuso, da poter essere annoverate fra quelle opere d’arte a s s o l u t e, patrimonio dell’umanità, come i monumenti dell’uomo o della natura, che strimpellano le corde giuste di qualsiasi essere umano, e godono perciò di una riverenza universale.

Sebbene soddisfino ampiamente il criterio di selezione del registro Unesco, cioè l’eccezionale valore universale, ed in particolare rappresentano – senza ombra di dubbio in questo caso – un capolavoro del genio creativo umano, le opere d’arte figurativa, per definizione beni mobili, cioè non facenti parte di uno specifico luogo, non possono godere dell’onore e della protezione riservata ai Patrimoni dell’Umanità ma beneficiano di tutela solamente in proporzione all’autorevolezza conquistata dall’artista, sul terreno delle pubbliche relazioni e del consenso mediatico, misurabile in termini di citazioni ed affluenza alle esposizioni. Nuotano dunque nello stesso mare dei dipinti, della scultura e della musica, nutrendosi del plancton dei like e schivando la voracità critica dei colti di settore, liberi di sciacquarsi la bocca dalla trincea del de gustibus non disputandum est, financo su classiconi come la Gioconda, la Venere di Milo e Vorrei ma non posto.

Del resto pure voi, in gita a Parigi con la scuola, avete cacciato improperi, dopo che vi siete fatti ore di fila per entrare al Louvre, per piazzarvi di fronte al quadretto che immaginavate quadrone ed, oscillando stupidini davanti alla Monnalisa, vi siete resi conto che non ha il potere magico di seguirvi con lo sguardo, rimanendoci malissimo, quasi come quel giorno che avete capito che Babbo Natale era vostro zio. Il rimpianto di esser andati al Louvre senza studiare invece, l’avete superato solamente una domenica di molti anni dopo, in coda, sotto la pioggia, davanti a Palazzo Reale, espiando col gelo il peccato di aver usato l’ora d’arte come un’ora buca in cui studiare per quella successiva.
Stupidera, sintomo di sana adolescenza, che smaltiscono prima le ragazze, come al solito, per tutto, e più tardi i bambini, consacrandosi a rivoluzionaria adultitudine di canne, collettivi, libri e musica underground, ed alcuni, anche appendendo in cameretta la riproduzione di una celebre opera del geniale fotografo, quella della ragazzina afgana dagli occhi celesti: un’immagine conturbante, sia perché quegli occhi evocano quelli della manza/o di turno sul poster che avete appena rimosso per la vergogna di una pubertà conclusasi davvero solo in quell’esatto momento in cui avete deciso di far posto all’afgana, e poi perché la sua pelle – quella dell’afgana, non della manza/o hollywodiana/o -, le sue vesti, il contesto suggerito dalla didascalia, i simboli e gli stereotipi che veicola, vi hanno permesso di aggiungere una pietra angolare all’edificio della vostra identità, che vorreste un giorno schierare a fianco delle solide e ben rifinite ville dei colti, sensibili e democratici, il miglior quartiere adulto in cui vivere nei sogni di un adolescente non calciofilo.

Allora come oggi, l’autore del ritratto fa un gran tendenza ed averci una sua foto sul facebook o sopra il letto, è autocertificazione di antirazzismo and Open-mindedness, per cui nei giorni di festa attaccati al Natale, quando il Mudec aprirà i battenti con una nuova mostra del celebre fotografo, affluirà una moltitudine di aspiranti fotoreporter, viaggiatori, intellettuali, e, mescolati fra questi, sicuramente, anche una corposa rappresentativa di razzisti legaioli, sfrontatamente scudati dietro fresche frequentazioni di messe e beneficenze dell’aiutiamoli a casa loro.

In effetti gli uomini, le donne e gli animali, uomini o donne assieme ad animali, insomma le bestie tutte tranne forse la bionda col nobile cavallo, gli Animals appunto, come appropriatamente recita il titolo dell’esposizione, stan bene proprio lì dove sono, in una teoria di faretti, fili trasparenti e cornici griffate, che addobbano a presepe il prestigioso fabbricone; fotogrammi a pastello di uno di quei documentari sui luoghi esotici, che ci fan venir voglia di alzarci dal divano, mollare tutto e partire zaino in spalla verso sud e verso est a sfotografare qua e là qualsiasi elemento pittoresco inanimato, bestiale e soprattutto umano. I più desistono perché in quei luoghi manca il primo orgoglio nazionale italico, di recente assurto anche a baluardo antieuropeista, ora che col calcio siam messi a schifo: il bidet.

Con qualche euro di metro e poca fatica, è possibile traslare il patriotico culo pulito in una realtà di animali e animali uomo e donna, ritratti in pose tenerine, come nelle nostre foto petfetish, ma anche in altrettanto pornografiche situazioni drammatiche, come la celebre foto dei cammelli in Kuwait su sfondo di inferno di fiamme.

Le anteprime non lasciano intendere se sia disponibile anche il solito repertorio di mulatti occhiazzurrati, ma è comunque garantito un ricco campionario di scuri dagli occhi neri, con e senza bestie.
Occhi “eloquenti”, come sogliono dire alcuni (mai) critici del fotografo, come se quello sguardo affascinante non fosse un prodotto dell’evoluzione, ma lo sguardo tipico di chi vive in un ambiente di dramma, profonda spiritualità e dignitosa miseria. Quegli stessi occhi profondi si possono ritrovare, privi di ogni fascino, anche nell’affatto spirituale, ne tanto meno poi cosi drammatica, Milano, tuttavia fuori dal loro appropriato contesto di sfondi esotici, quelle persone dallo sguardo eloquente sono ladri di lavoro, buoni per pulire case e culi o vendere culo, fumo e birrette la notte, alla faccia del multiculturalismo, ben narrato nella mitologia greca e riproposto dalla letteratura moderna in codici accessibili solo alle élite intellettuali ed a qualche buonista volenteroso.
A tutti gli altri si insegna che gli stranieri stanno meglio a casa loro, e l’unica alterità digeribile è quella degli spettacoli esotici, secondo un canone stabilito duemila anni fa dai Romani. Il diverso per soma e cultura è circoscrivibile in pochi e stereotipati usi e costumi, ben rappresentabili in un arena, o nel villaggio di casa propria per il gaudio dei partecipanti ai safari umani, altrimenti chiamate vacanze culturali.
Per i bideisti di ogni epoca invece, sono disponibili le esposizioni di schiavi, al mercato preposto e al circo o, adesso, le mostre del Mudec, dove la pedagogia dell’alterità è ancor più digeribile, grazie all’accostamento dei diversamente bianchi con le bestie: lo spettatore ha la sensazione che umani e animali spartiscono emozioni e la medesima terra, ma solo i primi la possono sfigurare. In sostanza una mostra sugli animali, che parla soprattutto di esseri umani, come dice la curatrice, protagonisti della stessa specie dei fruitori, ma fisicamente ed idealmente promiscui alle bestie. Il famoso anello mancante fra uomini e animali, su cui s’accapigliano gli scienziati, l’han già trovato da qualche millennio i cittadini delle società globali, proprio negli africani e negli orientali, oggi protagonisti inconsapevoli delle bacheche social dei vacanzieri e, quando gli va bene, bestiali celebrità nelle foto di un celebre fotografo.

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