I paesini s’accalcano uno sull’altro, in fila sulle coste di monti a pois di ville.
Il bosco invece inizia molto in alto, ben oltre i pendii impervi, dove pure si è costruito.
Han lasciato la foresta solo nelle gole dei torrenti e sopra le gabbie di ferro che imprigionano le falesie ribelli, dove portare una strada sarebbe stato troppo oneroso, mentre dappertutto giardini ed alberi addomesticati decorano un continuum di cemento, vetri e tegole.
Sacre ab aeternum, le piane di fondovalle son riservate al sostentamento; non vi si è mai costruito per lasciare spazio ai capricci dei fiumi ed agli orti. Nonostante oggi frutta e verdura andaluse crescano al discount, la maggior parte delle famiglie vive ancora grazie ai campi, di fabbriche. Mentre sale, il milanese scorge lontane falesie grigie che sembran chiudere in fretta la valle, ma il navigatore gli indica ancora molti chilometri di curve. Ed infatti non finisce, solo nasconde il suo resto, virando brusca sotto quelle rocce che da vicino finalmente sono sincere, pareti di enormi industrie bigie.
Solo lo slancio delle ciminiere ingentilisce quei mostri squadrati da panico: oscurano il paesaggio, vedi buio a stelline, la testa e i polmoni si svuotano. Te la puoi cavare solo con gli istinti ancestrali: fuga, difesa o attacco. I sindaci conniventi li meneresti, ma non si fanno mai vedere, quindi provi a fingerti morto come fai di solito di fronte alle ingiustizie dei grandi ma ti sgamano, perché anche gli attori provetti ogni tanto deglutiscono, per cui non ti resta che fuggire dagli autovelox, sciacquando con l’adrenalina l’amaro di una domenica frustrata.
Respira.
Negli anni settanta nella bergamasca si scioperava poco e gli industriali costruivano cubi di cemento mentre, i peggiori fra i Calabresi e i Sardi, gli rapivano i figli. Prova a non gongolarti in emozioni da tg4 e scoprirai che eran delinquenti che s’ammazzavano fra di loro: deturpare per sempre una valle e consumare tre quarti della vita di migliaia di operai è peggio che tener segregata una persona qualche mese, sconvolgendo la serenità di una famiglia benestante. Se ancora confidi in un farabutto incravattato e teleaspetti un capro espiatorio inquietante, da foto segnaletica, spero che La Storia prima o poi ti smentisca, riordinando imprenditori e rapitori nella stessa risma. O chissà, magari, in nome di Dio, saran fatti tutti santi, in barba all’artificio della lotta di classe, e pure a quella morale fra bene e male poiché, a vederla di sguincio, l’industriale è un benefattore che da lavoro e sostentamento a centinaia di famiglie, e il bandito pure, a suo modo, crea reddito.
I sottoposti di entrambi sudano l’agio, guadagnandosi lo stipendio in forma di piccole parcelle di profitti enormi e riscatti milionari. Fra questi, i più capaci si mettono in proprio, diventando a loro volta imprenditori o capibastone, i due attori protagonisti della transizione urbana, l’ennesima rivoluzione della nostra specie e la più importante da diecimila anni, quando da nomadi raccoglitori quasi tutti, pian piano, siam diventati contadini mentre, solo da qualche decennio, da contadini ci trasformiamo in cittadini. Il mondo è nelle mani di quest’ultimi anche se, in alcune parti del mondo, solo chi ha un campo mangia con regolarità.
La sedentarizzazione, detta transizione neolitica, è invece un processo terminato per tutti tranne che per un residuo di umanità con-turbante, che vaga per steppe e deserti, protagonista di safari umani, altrimenti chiamati vacanze culturali a contatto con la popolazione locale, come scrivono i depliant delle agenzie di viaggio: in Africa per vedere come eravamo bifolchi cent’anni fa, in Himalaya o sulle Ande per toccare con mano i racconti di miseria, freddo e fame dei nonni Trentini, Veneti e Friulani, scappati in città prima e dopo la guerra.
Gli zappatori, diventati impiegati, rievocano la preistoria grazie ai lowcost e l’alta velocità, ritornando nomadi per due settimane l’anno e una manciata di weekend. Alcuni, di solito quelli che sono in città da più generazioni, ritornano zappatori, pagando weekend di volontaria schiavitù negli agriturismi. Nel tempo libero i più abbienti alternano nomadismo, corvè e safari umani.
Pochi si arrischiano a far impresa perché i margini non sono quelli degli anni del boom quando i più savi fra i capaci investivano i risparmi in attività imprenditoriali, piccole botteghe, partite di cocaina dalla Colombia, ruspe, furgoni ed appalti in Lombardia.
Milano è stata costruita dai magut di Berghem, che dagli anni cinquanta in poi han steso calce per mezza padania mentre l’altra mezza l’han fatta su i meridionali. Tutti ex contadini che con la sola imposizione delle mani, nude, con un badile o una cazzuola, arroccavano case sullo storto del paese mentre con gli strumenti ed i giusti materiali gli veniva perfin troppo facile tirar su parallelepipedi squadrati nei cantieri di pianura, tanto che gli rimaneva la voglia di lavorare. Così, mentre Milano raddoppiava e triplicava di giorno, la sera e nei weekend, in val Seriana, in Imagna ed in Brembana, si costruivano megalopoli lineari. Se non fosse stato per il campanilismo i paesini, ormai paesoni, si sarebbero saldati l’un con l’altro ma, con la scusa di un prato, una galleria, una curva secca o un fiume, si è quasi sempre lasciato uno spazio a mo’ di cuscinetto, corrispondente il più delle volte agli storici confini dei pascoli. Gli ambientalisti gioivano del contentino e gli abitanti proteggevano identità di paese millenarie, custodite per tradizione in quelle poche migliaia di metri quadri attorno ad una chiesa e tramandate in sfumature dialettali, diverse ogni duecento metri, dagli stessi quattro cognomi di mille anni fa. Ora in più solo qualche Abdul, Mustafa e una manciata di impronunciabili eponimi balcanici.
Mentre gli alternativechic di città gradirebbero pucciare la faccia nel letame ed idolatrano i biocontadini, sulle coste dei monti ancora si gareggia ad ostentare civilissimo benessere di ville lisciate ad intonaco Mapei. Appena si può si va in città a far acquisti e coda, bilanciando il flusso contrario di sciatori urbani, mentre se si ha poco tempo si ripiega sulla codina dell’OrioCenter che è la stessa roba che andar in centro a Milano se non per il bel panorama del Duomo.
Ora si è davvero benestanti solo se si hanno dei servi a cui far fare il lavoro, per cui pochi lavorano la sera e nei weekend ma piuttosto pagano dei muratori che all’ora gli costano il doppio di quanto guadagnano loro stessi in ufficio o in fabbrica.
Non c’è più pericolo che qualcuno sia costretto a tornar a zappar la terra, quindi la gara per emanciparsi dalla stalla è diventato puro sport, i cui partecipanti sono motivati dalla vergogna per i genitori villani e l’orgoglio del conquistato benessere. Giardini ordinati, lisci e squadrati, come il cemento delle strade della metropoli a cui anelano i loro proprietari, sono sottoposti a costante e reciproco controllo. Bisogna stare al passo con le migliorie del vicino, apportandone sempre di nuove e bollare come pacchiane le ardite scelte decorative altrui.
Il pettegolezzo del borgo è l’unico residuo della villania, anzi dell’evoluzione, senza il quale la società degli uomini si estinguerebbe. Ce lo portiamo dietro fin dalle piazze di Uruk, mentre ora, sia paesani che cittadini, lo fanno volare nei novanta gradi di aria – spazio – vuoto – nulla fra la tastiera e lo schermo.
Sempre meno affollato l’acciottolato, dai pettegoli e pure dai dissidenti.
Parlar, bene o male, degli altri, crea identità; consolida la consapevolezza o la fede di uno o di molti di esser nel giusto fra giusti, rinsalda le amicizie e costruisce capri espiatori, i parafulmini dell’aggressività all’interno di un gruppo; facilita anche il controllo sociale ed aumenta lo spirito di competizione, innescando all’interno della società una spirale ascendente di crescita. Il pettegolezzo è un costume diffuso e fondativo, quanto il consumo di cibo ed il sesso, con buona pace degli schietti denigratori del chiacchericcio che spettegolano pure loro senza accorgersene quando sono ingenui, mentre i furbi sparlano con stile e non lasciano indizi.
Altri ancora, la maggior parte, si dedicano alla ricerca di capri espiatori adeguati e si dichiarano sia schietti che colti, qualità che difficilmente possono convivere, e spettegolando sui pettegoli, in nome del pio ripristino della morale, secondo modaioli ideali di rettitudine conformi al senso comune in voga durante quel decennio.
Nelle valli quando si sparla di quanto uno è preciso nel tagliare l’erba, curare i fiori o pulire il vialetto, ne si quota il valore nel mercato sociale della comunità, mentre nelle portinerie di città vicini condannano vicini, rimettendosi al giudice amministratore e al portinaio boia. Il povero disordinato è sempre stato pure cattivo per cui, chi non riesce a star al passo, confida nell’estremo rimedio della giustizia, segnalando gli abusini del vicino alle autorità. Tanto, a cercarle, le magagnucce si trovan sempre, anche nelle case dei finanzieri.
Il bel nido non è mai fine a se stesso; gli umani come gli uccellini confezionano raffinate villette con rametti, travi a vista, germogli rari o marmi pregiati, per guadagnare appeal e prestigio. Costruire, o farsi costruire, buoni ripari è un buon indicatore di fitness cioè della capacità di intessere buone relazioni sociali ed accumulare risorse, competenze apprezzate trasversalmente dalle amanti di uccelli di ogni specie.
Le valli bergamasche rivendicano il primato di prossimità con la metropoli, celebrato nello splendore degli edifici e nella reverenza verso il turista milanese. Come loro ci provano i Veneti dei Lessini e i Bresciani della Val Camonica e della Valsabbia, troppo lontani e sconosciuti quelli ad est del Vajont.
I tirolesi, definitivamente inquietanti, rimpiangono i vari fuhrer. tranne forse solo l’ultimo. Piemontesi e Valdostani, antichi coloni dei feudi d’Italia, se ne sbattono di Milano ma guardano con deferenza alla Francia, lasciando le vacche al pascolo e case di pietra per celebrare il passato contadino, carino da evocare anche in luoghi squarciati dalla modernità come Teppe e il rustico lungo autostrada da Ivrea a Saint Vincent. Oltre ad avere il complesso con quelli a nordovest più che con noialtri bauscia, troppo poveri qua non lo son mai stati, e poco han da dimostrare e ripudiare.
È da quattro anni che provo ad odiare i miei vicini in montagna che ogni sera martellano, fresano, avvitano, segano. Ho biasimato la loro lentezza nei lavori simile a quella dei fiumi che cesellano le valli e la scarsa lungimiranza economica. In famiglia han tutti un buon lavoro e, facendomi i cazzi loro un po’ più del dovuto, ho calcolato che un impresa edile in pochi mesi completerebbe lavori che portano avanti da anni per proprio conto, tutte le sere, proprio tutte, tranne natale e capodanno forse, certamente nei weekend e pure d’inverno col gelo. Il tempo guadagnato si tramuterebbe in reddito, colmando velocemente l’investimento effettuato. Odio che nasce da invidia e si risolve in profonda ammirazione per loro e per il luogo che amo.
Da queste parti, un po’ prima dell’anno mille, si spostava lentamente il confine fra la barbarie e la civiltà. Al di là del fiume, dietro la montagna, finiva la teoria dei feudi sparsi sulle ceneri dell’impero ed iniziava il mondo dei pagani. Terre di leggende terribili e favolose dove i cristiani potevano trovare selvaggina in abbondanza, concludere rischiosi ma proficui commerci con gli ingenui montanari e scorgere il diavolo fra le ombre della foresta.
Il confine si muoveva quando una tribù accettava più o meno di buon grado di sottomettersi alle leggi del mondo dei civili in cambio di sicurezza alimentare ed incolumità fisica. Alcuni frati indomiti convincevano i barbari a radunarsi sotto l’ala protettiva del cattolicesimo, più funzionale degli dei pagani ad ammaestrare le masse alla disciplina della produzione agricola su scala industriale.
Era una delle tante piccole crociate per cui si contemplavano perdite.
Fra i martiri dell’acculturazione, vale la pena ricordare il buon Fra Vigilio, inviato in Rendena dal Papa in persona per persuadere i Pinzolini ad abbracciare la fede in un unico dio. Si dice che all’inizio si limitasse a raccontare le meraviglie di Roma e del mondo civile; aiutava i pagani con qualche moneta e conversava paternalmente coi pastori. Intesseva buoni rapporti con i capi locali che lo tolleravano poiché sarebbe potuto diventare un buon gancio per eventuali commerci con l’impero. Sperando in una facile conversione dei locali, ebbe l’ardire di abbattere un palo di legno, simbolo pagano di prosperità, al che i Pinzolini offesi, anzi incazzati proprio, reagirono in maniera decisamente impulsiva, facendo in modo che proprio quel tronco che lui voleva abbattere, attraversasse longitudinalmente il suo corpo, passando da una via di piacere all’epoca molto frequentata quando si voleva scoraggiare l’emulazione di comportamenti sciagurati; quindi lo scuoiarono e ne gettarono le spoglie nel Sarca.
Per paura di far la stessa fine del loro profeta, i discepoli se la dettero a gambe lungo il fiume, cercando di non perder di vista i resti che già scorrevano veloci verso valle. Nei pressi di un’ansa, i contadini di Tione riuscirono a pescare il corpo del martire che ebbe degna sepoltura proprio lì sulle rive del Sarca e quel punto rimase per secoli il limes simbolico fra barbarie e civiltà. Più tardi, con il Concilio di Trento, quando in Trentino tutti, d’un botto, divennero cristiani, il martire venne santificato ed in suo onore venne costruita una graziosissima chiesetta immersa nel bosco, la chiesa di San Vigilio, da sempre luogo un poco sinistro e splendido, soprattutto la notte, per giocare a nascondino, raccontare storie del terrore e far l’amore.
Più in su c’è il paese. Appena sopra il centro, verso il monte, il rione delle Ville raggruppa una cinquantina di enormi case di pietra, molte ristrutturate aggiungendo un piano la dove c’erano le pierse, i solai aperti, un tempo adibiti a fienili. Qui, in un triangolo di sole, comandano tre o quattro signore anziane che si affacciano alla finestra un paio di volte al giorno per scambiarsi un saluto e controllarsi a vicenda, perché se dovessero avere un malore, cadere nella doccia o rimanere bloccate a letto, i discendenti assenti se ne accorgerebbero solo dopo giorni.
Vent’anni fa in agosto, ma spesso già da fine giugno, il triangolo era un palcoscenico in cui si esibivano in un unica pièce turisti e locali, bambini, vecchi ed adolescenti, famiglie al completo di tutte le generazioni. Lì dalle quattro del pomeriggio, quando ci si svegliava dai riposini, si passava il tempo fino all’ora di cena. Di mattina le conversazioni si limitavano a qualche scambio frettoloso mentre si spazzava l’uscio e per lo più ci si intralciava volentieri in chiacchere lungo il corso, liquidandosi solo poco prima della chiusura della posta.
Con la sirena del mezzogiorno tornavano i fungaioli, più o meno sconvolti o frustrati dalle levatacce all’alba, quando ingaggiavano una gara silenziosa a chi si svegliava presto, per arrivar prima degli altri in una delle solite quattro, famose, segrete, fungaie. Nel triangolo di sole, col sorriso o col broncio, a seconda dell’esito dell’uscita, si confrontavano i bottini con circospezione, perché quasi nessuno aveva il permessino del comune e le guardie passavano proprio da quella strada per tornar dal monte. Una volta sulle griglie d’essiccamento, i porcini non costituivano più corpo di reato ma solo motivo di vanto e perculamento di quelli che avevan girato a vuoto nei boschi sbagliati, bonariamente invitati ad andare a procurarsi il bottino al supermercato.
Quasi tutti noi bambini la mattina potevamo dormire a piacere ma subito dopo colazione ci toccava fare i compiti. Ci era comunque concesso un quarto d’ora d’aria per andare a comprare il pane, incombenza che svolgevamo con gioia perché era una buona scusa per sganciarsi dai libri, fare un giro con gli altri, e maneggiare del denaro come i grandi. Ma soprattutto recarsi in quel panificio, voleva dire coinvolgere tutti i cinque i sensi in un esperienza deliziosa. Già duecento metri prima, si sentiva nell’aria l’odore di pane caldo, e quando entravi venivi investito dal calore del laboratorio e dal profumo. Le michette erano ordinate dentro a cestini di vimini con cartellini del prezzo su cui noi non leggevamo numeri ma parole come “divorami”! Perfino il sacchetto di carta marrone era fragrante come i panini, caldi e scricchiolanti sotto le nostre mani. Ne compravamo sempre in abbondanza per mangiarne 3 o 4 lungo la strada del ritorno. Già da vent’anni al posto del Panettiere c’è una banca ma chi da piccolo ha trascorso le estati alle Ville, quando va a prelevare sente ancora odore di pane.
Il pomeriggio ed anche dopo cena ci si trovava sulla panca di sasso nel triangolo e si chiaccherava, dando un’occhiata distratta ai bambini che scorrazzavano liberi per tutto l’isolato e poi anche in prati lontani dalla vista; tante sbucciature e qualche taglio profondo, riparato al vicino pronto soccorso. Si frignava a dirotto più per l’alcol sulle ferite e il mercurio cromo che moltiplicava la reale quantità del sangue perché di incidenti veri e propri ve ne furono pochi. L’unico degno di nota è quello accadde ad un amico fraterno, travolto da un motociclista scemo, ma fortunatamente guarito bene in qualche mese, ed infatti le ginocchia se le è maciullate per davvero solo molti anni, con il calcio.
Tutti i giorni qualcuno andava o veniva dalla città. I genitori si ritagliavano un weekend per venire a trovare figli e nonni. Cugini e parenti vari approfittavano della manna di una casa in montagna per trascorrere brevi vacanze lowcost perché non c’era ancora Ryanair ma ci si muoveva con auto poco ecologiche e molto sgarrupate, che si distinguevano una coll’altra grazie a rumori caratteristici, preoccupanti sintomi di usura di macchine che si facevano durare almeno vent’anni.
Il pubblico in panchina poteva riconoscere il proprio parente in arrivo con parecchi secondi di anticipo poiché le macchine, nello sforzo della salita, eseguivano le loro migliori sinfonie. Ad esempio quella di mio padre aveva la cinghia sibilante e lo sentivo arrivare con parecchi secondi di anticipo mentre il papa del mio amico aveva le gomme grosse e faceva un rumore sordo, come di valanga.
Sulla ripidissima salita prima della casa, perfino le eco silenziate di oggi borbottano. Un’infida strettoia costringe a rallentare e cambiare marcia per poi immediatamente fermarsi allo stop e ripartire in salita senza far spegnere il motore, esperienza mistica per il guidatore milanese. Bisogna poi girare subito a destra in una breve discesa, cacosinfonica in quegli anni in cui pochi erano solerti nel cambio delle pastiglie.
Dato che i cellulari non c’erano e men che meno c’era la posizione mobile di wattsup, trepidavamo per l’attesa di padri, nonni e cuginetti, sentendo rumori che non c’erano e sporgendoci a vuoto decine di volte sulla strada che veniva dal monte, allora assai più trafficata di oggi. Più volte al giorno la percorrevano l’Armando e il Rolando, anziani contadini pieni di soldi, che ancora a fine millennio spingevano a mano carretti stracarichi di fieno mentre il trattore lo conservavano per la legna.
Dal lato opposto della strada viveva il signore con il nome più strano del mondo che ci faceva le fionde con i copertoni delle biciclette e si chiamava Crispino. Con quelle armi micidiali ferivamo le galline dell’Annibale, padre e nonno di quei vicini laboriosi che non riesco ad odiare. Sulla famigerata strettoia in salita, da cui erano costrette a passare le auto, c’era un puzzolentissimo pollaio di un altro signore dal nome curioso, l’Olinto, dove noi bambini ci fermavamo per ridere e contorcerci in smorfie di disgusto, tirando alle galline molliche e pietruzze. Nel grande prato giocavamo a calcio e ci inventavamo partite di tennis, scavavamo buche enormi che scatenavano l’ira del nonno operaio che anelava al prato da nobile inglese.
Parenti ed amici in esubero li si mandava all’Hotel Milano, quand’era vecchio e fatiscente, Da quando l’hanno ristrutturato, qualche anno fa, è chiuso come un divano incelofanato nelle case dei nonni che aspetta da anni il suo momento. È utile solo l’insegna che fa da cartello stradale a prova di ipovedenti.
Da quella parte in effetti si va proprio verso Milano, e se un centinaio di metri prima hai mancato la segnaletica ufficiale sulla rotonda, è impossibile ignorare l’imponente didascalia in legno a cui manca solo la freccia per essere un edizione speciale dell’Anas.
Il turista metropolitano si compiace nel veder menzionata la propria città duecento chilometri lontana. Il luogo della quotidiana fatica ricorre nelle cronache, in tv, nella cultura e perfino è menzionato, a caratteri cubitali, su uno degli edifici più belli della valle. Il ritorno a casa è meno doloroso, poiché in fondo si torna in un luogo prospero, sulla bocca di tutti e celebrato anche da quella bella scritta intarsiata nel legno. Il milanese resuscita in un attimo dalla quiete dei monti, fatta di paesaggi e personaggi antichi, indietro di un decennio, come gli piace pensare, illudendosi di scandire lui un tempo immobile per i montanari.
Negli anni settanta e ottanta la vacanza in montagna era una morte programmata che si attendeva con impazienza. Prima che il dibattito sull’eutanasia la trasformasse in una locuzione greve, che impegna la morale e svilisce la politica, si “staccava la spina” dalla città, dal lavoro, e perfino dai soliti amici che coll’afa pure loro li si sopportava sempre meno. Dormire tanto, mangiare tanto ed annoiarsi a morte, le uniche cure alla frenesia urbana. Infinite mani di scala quaranta fra i vecchi e rubamazzo per i più piccoli, poca televisione perché non c’era e quando c’era era piccola perché si portava su quella vecchia della casa di città, spesso in bianco e nero; una teca di farfalle durante i temporali fin quando non saltava la corrente, uno dei momenti più belli della vita di un bambino. Il ticchettio violento della pioggia sul tetto ed il buio, totale. Fuori i lampioni neri assomigliavano ad alberi spelacchiati, finché quando s’iniziava quasi ad aver paura per davvero, si scorgeva un lume alla finestra del vicino. I grandi, finalmente impotenti ed impauriti come i piccoli: “dove son le candele ? dov’è la torcia ?” Tutti costretti ad una mosca cieca, senza possibilità di barare! fra i ragazzini più grandi volano coppini mentre quelli più bastardi fan sgambetti al nonno che sbatte la crapa sullo stipite e bestemmia. Madri di chiesa inciampano e bestemmiano pure loro. Si sghignazza a più non posso; grida e parolacce rimangono impunite perché è anarchia da catastrofe naturale e tutti ormai son sciacalli. È il momento dei sabotatori di giochi di società, a monte le mani a carte fra gli adulti che in queste situazioni tornan fanciulli e non si sa mai che imbroglino pure loro. Quando torna la luce la dispensa è spalancata, mancano caramelle e golosità riservate per le feste ed immancabilmente c’è qualcosa o qualcuno riverso a terra. Ripristinare l’ordine è utopia di buffissime mamme col bernoccolo, incazzate come iene e dall’autorevolezza ormai inficiata, almeno per quella sera.
Sono sospiri di sollievo e scemissime risate. Gente che va a letto perché tanto i giochi son saltati, chiacchere a vanvera fra i pochi rimasti svegli, finché, alla luce delle candele, sguardi misteriosi incoraggiano confidenze e ci si addormenta ridendo.
Si andava nello stesso posto tutta la vita, per vite di seguito, per generazioni. Si veniva portati da piccoli e, senza accorgersene, ci si ritrovava a portare dei piccoli. Una settimana in Adriatico, di rado ad un mare vero, e poi li quasi tutto agosto, e qualche spizzico di ponte e weekend. Si saliva anche ai morti quando pioveva sempre, a natale, capodanno e carnevale quando non nevicava mai, a Pasqua quando nevicava sempre mentre chiudevano le piste da sci.
Tutte le vacanze tranne quella settimana in spiaggia, senza noia e velleità da selfisti giramondo, con la gioia di avere un lavoro a cui tornare e una famiglia a cui badare. In montagna ci capitavano zii, genitori, lontani parenti, cugini di -esimo grado, lati oscuri di famiglia che non vedevi mai.
E gli amici che frequentavi al paese mica li vedevi in città perché ognuno c’aveva i suoi impegni, i suoi giri con quelli di scuola e di sport e poi, quando qualche incontro lo si combinava, veniva sempre fuori una roba davvero triste. I genitori non potevano chiaccherare sguaiati come in paese perché quei santi farabutti dei sopracitati impresari avevan detto ai magut di risparmiar mattoni e cemento per le pareti divisorie dei palazzi cosicché a Milano non serve appoggiare il bicchiere al muro per farsi i cazzi del vicino e quando parli di soldi o scopi ti tocca farlo piano. Ancor peggio era per i piccoli, che provavano quell’emozione, per loro rara, dell’imbarazzo, quando incontravano i compagni di avventura della montagna nei luoghi irregimentati della città: giardinetti cintati, strade pericolosissime che non lasciano spazio a movimento e fantasia alcuna, poco fantasiose pure le ludoteche, appartamenti in cui bisognava star fermi per non danneggiare salotti di facciata e rigare il parquet – maledizione del borghese che si costringe a vivere con la fobia di rovinare un pavimento di legno pagato come argento – e poi coprifuochi da periodo bellico per scampare alla violenza e alle siringhe. Quegli incontri in città erano davvero molto tristi, estremamente tristi nella scala di felicità in cui all’estrema felicità ci sono quelle volte in cui in andava via la corrente durante il temporale. È questione di ritmi, ambiente, profumi e poi sicuramente anche dell’estate in sé, che a prescindere di dove la si trascorra, è un momento di pausa dagli affanni quotidiani.
Quelli che in montagna eran sciamannati, poteva essere che in città si trasformassero in manieristi silenziosi, addomesticati dagli impegni e dal cemento. Alcuni palesavano lati oscuri che emergono solo se li si guarda e quindi tanto vale lasciarli sublimati che non conviene a nessuno ridestarli, tanto meno ai loro proprietari.
Raramente qualcuno aveva il coraggio di scappare e, per fraintesa cortesia, si tirava avanti l’incontro elencando i ricordi dell’estate come anziani che parlano di un felice ed irripetibile passato di cui invano cercano di rievocare l’atmosfera.
Quello che facevano d’inverno i locali, cioè i nostri amici che vivevano al paese, era un mistero. Noi bambini li invidiavamo perché pensavamo che rimanendo lassù, cioè non andandosene con le prime piogge di settembre, come facevamo noi, fossero sempre in vacanza, quindi li consideravamo i bambini più fortunati del mondo. Ovviamente la realtà era ben diversa. D’estate ridisegnavano le loro consuetudini per adattarsi alla convivenza coi turisti, e lo facevano volentieri, non tanto per il tornaconto economico di cui beneficiavano del resto solo pochi droghieri e affittacamere, ma per uscire dalla quotidianità del paese, proprio come noi uscivamo dalla quotidianità della città, andando in vacanza.
La routine della metropoli è scandita dal lavoro ma si dissipa facilmente nel caos di luci e rumori di cinema, locali, musei, eventi e relazioni, per cui davvero è facile stressarsi ma difficile annoiarsi. Su nei paesi invece l’inverno è lungo e monotono e le relazioni son sempre le stesse. Dopo i magnifici colori dell’autunno, rimane solo freddo e silenzio ed anche il sole si fa vedere sempre meno, tramontando prima del tramonto dietro le montagne.
Anche a Milano c’è pochissima luce, tutto l’anno peraltro, dato che la ricopre un velo di piombo, acciaio, nebbia, di uno schifo di grigiume, vezzeggiato con forzato romanticismo nei romanzi, ma almeno le luci artificiali, la gente, il casino snervante sono una manna per l’umore.
Ora in montagna non si muore più e quindi nemmeno si resuscita ma ci si stordisce solo un poco. Si viaggia in catalessi nell’extraordinario delle capitali europee che l’aereo ti costa poi meno del pieno di benzina per salire in valle. Tre o quattro giorni, un bel weekendone lungo coi permessi, una settimana o poco più da infilare fra la vacanza lowcost dall’altra parte del mondo e le non ferie passate a lavorare in città per averne di più in inverno quando i tropici danno il meglio.
Di solito i giorni son talmente pochi che il ritmo non fai in tempo a perderlo, non vuoi nemmeno perderlo perché sai bene quanto è dura riacquistarlo ed anche in ferie è bene restar impegnati come in città. Si maturano esperienze da annoverare sul curriculum sociale, infarcendo il tempo libero di vissuti enogastronomici e (stereo)tipici tour culturali, oppure rimbalzando impavidi fra pseudoavventure naturalistiche per scrivere la parola rischio in una biografia di polizze, in attesa messianica della pensione. Si salgono montagne e si scendono cascate raggomitolati nelle corde come involtini al forno, si sfida il vuoto fra un pilone e l’altro della funivia e si conquista la cima per sconfanarsi polenta e capriolo allevato sul Po. Pornografie paesaggistiche in eccesso che fan tornar presto la voglia di cemento.
L’Hotel Milano da anni fa gioco solo all’Anas, all’estetica del paese e alla boria dei turisti metropolitani. Qualche golosone se l’è visto lì bello bello nel mezzo del prato ed ha provato a prenderlo in gestione ma è fallito in una stagione. Onore e pace al portafoglio suo. Pace ad un altro bell’albergo sepolto sotto un monumentale Lidl che del suo splendido parco ne ha fatto un comodo parcheggio. Onore ai pochi affezionati che decrescono felici ogni anno, sparpagliandosi in una moltitudine di airbnb.