Finti clienti, veri amici o prezzolati, si affollano attorno a quello con il microfono che declama la genialata. Per sano istinto di gregge, le casalinghe arrivano ad acquistare.
Gli amici ingrassano le folline di ammiratori alla presentazione. Per incoraggiarti e salutarti, bere a sbaffo, motivarti e sostenerti. Con stima ne prendono una copia o più d’una da regalare. Quelli veri incoraggiano all’acquisto i curiosi.
Ma ho paura del contagio, temo le giacche di velluto e le dissertazioni da lettori, la voglia di Montmartre, gli aperitivini bohémien e i vernissage. Regalerei Moretti a chi ne sa di artigianali e abbonamenti decennali a riviste di Temptation Island ed a Chi? Agli amici scriventi, pitturanti, teatranti, poeti e parenti musicisti.
Quando ho preso il tuo secondo, ho mescolato, come al solito, lavoro manuale e d’intelletto. Merce di scambio per qualche ora di servizio, in un vergognoso mercanteggiare senza rito che a me piace ma è estraneo ad un mondo di cui son figlio e che rispetto però non stimo, anche se comprendo.
Forse ti ho offeso e me ne scuso; per quel poco di lavoro, era meglio chiederti del brutto denaro e poi comprarmelo, in un momento dedicato e più solenne, e poi farti i complimenti.
Storie di vita tutte uguali, su in cima, sempre più su e giù, giù fin nell’abisso. Da zero a cento a mille, a niente come Jobs. Ideali e sofferenze, il martirio dello sport e lo zen dei Bulls
Fra le tante cartoline, manuali di vita, di viaggio, quelli di come scampare alla morte cogliendo piante e funghi o sentimenti, tanti libri neri del comunismo e del consumismo. Ricrescite felici, tricologiche e robe molto personali adattate un po’ per tutti. Come perdere, acquisire e guadagnare, falci e carrelli, storie di resistenza e concentramento. Del concentrarsi e salvarsi da se stessi.
Vespe brune e Fabi che volano, misteri del vaticano e dello stato.
Viaggiare in volumi di pianeta solo.
Vips e sussidiari in copertina.
Pesano le pagine bianche, almeno quanto i glossari e la tanto amata resilienza.
Vivere in eterno in dieci mosse.
Li trovo per lavoro. Solo i classici, solo quelli senza muffa e senza tempo non van all’amsa. Solo quelli che resistono ai decenni, al fuoco, all’oblio del demodé, all’acqua, alle mani e ai pesciolini.
Una volta in biblioteca come i saggi, ora quasi più. Mai più i saggi e la sambuca.
Come chi nasconde in casa propria dolci e soldi, mi concedo la modesta sorpresa di estrarli per denaro dalle cantine e dai solai.
Quelli vergini i migliori, soprammobili che han visto tutta la vita retequattro dalle librerie di anziani forcaioli e illetterati. Li rianimo con gusto; tornan vivi come gli zerbini quando rimangon vedovi ed accorrono alle feste.
Qualcuno da mio nonno. Non sa stare fermo, girano per casa come lui e per questo sembran nuovi.
Raramente ne acquisto in libreria, solo proprio quelli che volli fortissimamente volli. Prima o poi quelli, senza fretta, quelli giusti arriveranno. Torneranno i classiconi.
Mai di amici e conoscenti, c’ho provato per lusinga, con affetto e curiosità. Questi gioielli in mano mia diventan risme di virtù ed educata sintassi, educati sempre, impegnati e profondi. Non malvagi se diluiti in migliaia di subordinate ben studiate, per far congruo conto delle pagine.
Vicino e lontano, sconvolto dalla pubblicazione e mai alla giusta distanza per volerti veder nudo il cuore.
Poi in fondo mi schiantavo.
Non brutte le storie ma il contadino che produce, anela sempre ai contributi.
Sgraziati i filari di parole, piantati lì per giustificare ringraziamenti prolissi e, finalmente, conati di sentimenti inauditi e privati; mancate lettere d’amore e passivi risentimenti aggressivi per il lupo che la vita e pletore di malvagi ed invidiosi han fatto crescere nel cuore.
Strappo le prefazioni di brume, afe e colline, pioggerelline crepitanti nei camini; poca umiltà ed autostima fan degli incipit ambienti sempre uguali. Mille atmosfere emozionali per schiacciare la paura del buio oltre quei poetici iniziali. Verbali di comuni sentimenti e buie storie di passione.
Amo il coraggio di andare avanti su appigli inesistenti e senza fine. Fattela tu nel mentre o quando smetti di sfogliare, che il prodotto ha più valore se aiuti a costruirlo.
Nel lessico e in sintassi, sul fondo delle righe, residui decomposti di formazioni anni settanta, di formazioni di formatori, formatisi negli anni settanta. Genealogie d’ideali sconfitti, parziali, senza critica. Atei e sinistri, cristallizzati per tema d’oblio e fatica nel pensare, che l’han fatto già abbastanza e la loro storia lo dimostra.
Esiste solo il partigiano mentre l’americano stupra Aviano. Non sconfessano la gioventù impegnata d’ideali, pigri nel dover colmare vuoti e ricostruire dalle fondamenta. Focalizzati e motivati grazie a vari bias, diminuiscono Humilitas e Modestia a vizio chiesarolo.
Ma dai anche tu sei degli anni settanta? Grazie che ti sei scansato senza arroccarti nel castello con gli ideali in feritoia. Hai buttato giù di tutto senza tema di sconfitta, anche le mura e le barricate nelle strade.
I tuoi colleghi son per la giusta causa, come insegna il dopoguerra; celebrano amici eroi in biografie più o meno romanzate, raccontan sentimenti di esemplari stranieri o stilosi sfortunelli. Altri, ancora, atei intellettuali, si vantano di non aver letto le sacre scritture che solo gli han cresciuti: han ereditato bene il dogma e sfanculando Pietas e Sentimento.
Autobiografie romanzate, quelle che no, quelle fedeli alla storia cosi come è andata davvero, le peggiori, perché non ho ancora avuto amici fra un Baudelaire o un Calvino, un Montesquieu e un Trevisan.
Quando leggo bene, preferisco capire male come con Aramburu.
Giudico subito dalla copertina, maldestri e vanitosi come me.
Se ci disegnano l’amico o il parente, sarebbe meglio non aprirli.
Bramo prime, seconde, terze e quarte bianche e spesse da far filtri. Del tuo tengo tutto perfino le illustrazioni d’artista e veri amici.
Precipitano i dialoghi. Quelli che non son di Benni ma verbali dello psicologo o chat col confidente; sesso esistenziale. Grinze, sentimenti nudi e nulla più; spuntati per caso, prima del diciottesimo, fra un leopardi e un Dawson Leery. Modellini da liceo stampati in canoni coerenti, opportunamente collocati nel folto delle genti e dei mestieri, come se, assieme alle gambe e al pelo, avessero smesso di crescere pure il pensiero e le speranze.
Un Brizzi o un Pavese, un Pasolini e un Cervantes, non fan piangere quanto le sventure dell’immigrato, del disabile e del Donno mentre a badili di malizia Sadici e Villani compilano le pubblicità di slave de cildren da mandar su italiauno.
Dimentica i bambini dissecati e la pneumonia! Chiudiamoci in una stanza senza porte ne colori. Alla finestra un paesaggino ampio e fermo. Senza fame, senza freddo e caldo e sete, senza ciucca, droga e muse, inspiriamo ed espiriamo senza tempo. Niente rimpianti, depressioni o amori, onori ed ansie. Neutri e piatti come i primi uomini; e ora vediamo, cosa c’hai da dire? cosa posso scrivere dal niente?
Il tuo passato, i tuoi libri e i tuoi film, le tue botte di vita, son tutta roba da ammaestrare, senno poi l’associazionismo te li orienta e te li pubblica. Non ti sei avvalso dello scambio.
Forse, davvero, ti sei chiuso in una stanza solo a tener d’occhio il tramonto, l’orizzonte o la montagna.
Non m’hai fatto venir la saltuaria malavoglia di leggere libri di fasci, schietti e sinceri, sguaiati e contraddittori, placebo o maldestra curanderia alla solida coerenza dei sinistri come noi.
Lo so che, qualche volta, ti batti per le strisce pedonali per lumache, per l’uguaglianza dei neri coi mulatti e combatti i neri d’animo e i diversamente onesti, ma non c’hai voluto redarguire su quanto son giusti quelli e gli altri no. Forse che quando hai chiuso Moravia ti sei ritrovato a farti da solo la morale e confondere ogni volta il bene con il male?
Caro amico, prendi i libri degli amici conoscenti o amici di amici o conoscenti di un giro di amici, di vecchi amici, le poesie e i romanzi giovanili, quelli di talenti senza letture in sedimento.
Già letti o geniali savianate, vetrine natalizie di vintage a nuovo prezzo.
Sanno quanto siamo buoni e quanto son cattivi, figli di Cartier-Bresson che sbalordiscono con quello che si vede. Per contorno una pappa di morale, il dolce e l’amaro terminati: paga il conto e la siga sì ma solo fuori.
Niente buchi di dolore e sbavature esistenziali, niente scavi d’animo e discariche abusive di gioia a cielo aperto, son peccati da pittori come quelli dell’amico e figlio tuo.
Cerco il pudore, la grazia, il modo di non dirlo.
Disinibisciti, senza punti esclamativi e con coraggio.
Raccogli e getta schizzi, di sentimento ed emozione senza senso.
Non muoverti da boyscout, in un ping-pong senza nume fra bene e male come parti opposte di un pensiero primitivo che mantiene la vita in ritmo d’altalena.
Triplice per logica di cultura occidentale. Il padre, il figlio e lo spirito son lì per l’ateo di nome e fanatico nel tatto. Ti tocca bruciar le croci e i testi per davvero e ripartire. Dimentica le manifeste ed i bei tempi del liceo. Revisiona senza tema i nazisti e il capitale.
Non relegare l’ideale qualsivoglia. Perdi la memoria, la fede e lascia andare. Roba da credenti rinunciare ad imparare e non viaggiare per i cani.
Sincere le apologie, primo passo del perdono contro la giustizia a tutti i costi, l’unica, timida, teatrale, tradizionale, primordiale, anacronistica, inutile vendetta dei coerenti. Solo le ingiuste assoluzioni lascian spazio a nuove vite che non han bisogno del riscatto e della fede.
Il tuo primo, che ho letto dopo il secondo l’ho richiesto ad un comune amico con l’imbarazzo della raccomandazione.
Li ho gustati proprio, densi come i quadri di tuo figlio.
Vite degne di un Hemingway e un Allende. Tanta azione e lotta, poche ingobbate sul Giovane Holden e russi vari. Una scarsa infatuazione per la manifesta, anche se ci vai.
Lontano dagli intellettualini a scatto fisso che ho conosciuto a Bolo, a Nolo e per il mondo. Ti piace impastare, come la malta quando ti ho conosciuto, senza ciarlare a lungo per finire sotto terra a Montmatre.
io bruciare libri, tantissimi, nella casa di campagna della nonna, infinita.
Letti. Tantissimi nel bidoncione bianco sotto casa, abbandonati nella metro. Qualche tonnellata è nuova carta dopo l’amsa.
Vile supporto, sul pc o l’ebook ci son scritte le stesse robe! Ma si valà anche a me piace sfogliare ma me ne vergogno molto; mi fregio d’adorare solo i contenuti ma mi piace odorare e pure la posa del lettore. Ascolto il fruscio e, casto, sbircio di nascosto il porno altrui dei mobili coi libri.
A fuoco le pubbliche crocefissioni a scaffale di sapere catturato per sovrastare e non farsi sovrastare dagli ospiti. Per emanciparmi dal supporto tutti a memoria, per rileggerli senza mani quando guido ed alleggerire le valige.
Belli i tuoi eroi, costruiti in proporzione, circondati da altri eroi e non scudieri. Ancor più belli gli antieroi, cattivissimi sfumati, fan cose belle come noi; di sabato son Capaci Riina e Provenzano, di amar davvero figli, mogli, Gesù e gli amici tutti i giorni.
Ne hai infilati di duplici e quadrupli come gli esseri umani in carne ed ossa e pure di quelli finti ed unici ma hai escluso le macchiette e i soggettoni.
Troppi nasi lunghi o gobbe oscene, occhi azzurrissimi o dualismi effimeri, cattiverie totali e bonta angeliche, perfettissime come in quelli dei coerenti e dei boyscout d’associazione.
Ipocriti amorevoli, come la maggior parte degli umani, i tuoi eroi piatti, senza finali argentati per principessine e culi da divano che cavalcano l’infelicità con storie un po’ bohémien.
Finali troncati e mozzi, cattivi che la spuntano, ideali che si infrangono, buoni marci dentro, c’hai imparato ad esser quieti e criticoni, senza superlativi ed astensione, con giudizio ed apprensione che tutto vada male, marciamo per un secolo davanti ai mobili da libro (sazi), in una parentesi di gioia fra giovani affamati come tutti i nostri avi.