Razza Caucasica

Per il suo innamorato è la più bella del reame, diafana e castamente muta. “L’amore trova il fascino anche nella pupu” disse Fregentauer, ma per me sta’ bigliettaia in divisa bluette è una che gli ha preso il coma sforzandosi di ricordare le parole che c’aveva sulla punta della lingua. Sta in una specie di tomba di famiglia, di quelle grandi e prepotenti che metton in ombra i morti comuni e perpetuano la lotta di classe. I tombaroli e i morbosi fantasticano tesori e putrefazione quando scorgono quel piccolo sportello, si deprimono quando leggono l’epitaffio: “tiketz”. È una morta che conta, i soldi, e controlla i passaporti stirandosi sul lungo banco della cassa mentre il resto te lo lascia lì, lontanissimo dalla fessura, vicinissimo alle sue grinfie. Quando allunghi dentro l’intero braccio e la ringrazi, preghi che quei dentini aguzzi e giallognoli non facciano poltiglia delle tue dita, malauguratamente vicine alle sue fauci di vampira. Ti verrebbe da fregartene di resto e passaporto e scappare con le mani in mano per star sicuro che ci siano ancora, intere. L’han confinata lì dentro per non rovinare l’atmosfera, è un tal carnevale quell’atrio, han fatto bene! Il cencio affamato soffia un saluto: arrivederci dagli inferi. Sospiri di sollievo e smammi.
Sulle panche che delimitano l’atrio non si trova facilmente da sedere perché in tanti se ne stan solo seduti a convivio, quasi mai nessuno parte o arriva. Mangiucchiano, guardano, si rimbeccano più o meno scherzosamente, cazzeggiano. Una signora deborda pelle in disavanzo, tutta trucco, pizzi e unto, presidia il deposito bagagli, forse il vecchio covo della vampira: 3 mensole intagliate in un microscopico loculo dove appena ci stanno la vecchia, il suo odore e qualche zaino. Vigila con occhi porcini, sì, certo, golosi come quelli di un maiale che ammira dei funghi, un paio di agenzie turistiche ingabbiottate, chissà mai portino nuovi clienti.
Qualche banchetto di schifezze edibili per viaggiatori colora un ambiente bianco, lustro, imperialospedaliero. La donna delle pulizie si prostra in costante inchino per spazzare il marmo con una fascina di ramoscelli ancora verdi, corta corta come in india, tanto corta da rammentare costantemente a chi la impugna di essere il più terreno dei terrestri. A mo’ di coro gli amici degli esercenti, i poliziotti e gli sfaccendati di mezza età passan lì la giornata, bruendo. Non è esattamente un luogo di frenetico transito; qui lo spettacolo del treno si ripete meno di tre volte al giorno, con fracasso e solennità, per il resto del tempo è chiacchericcio, abbaiare e cinguettar dai platani centenari.
In mancanza dei turisti si commenta qualche notizia sul giornale, si discute, si anela all’Europa, si tifa per gli States. Con maggior sentimento che in qualsiasi altra parte del mondo si pronuncia il nome di Putin invano. Come l’amico Silvio, una volta al dì regala una perle mentre il suo elefante si sposta calmo, quasi pacifico e ignaro dei piccoli stati che gli stanno attorno stabilendo quanto freddo patirai d’inverno, quanto potere d’acquisto avrà il tuo stipendio, decidendo se lo stato avrà il budget per asfaltare la pista di fango davanti a casa tua o se potrai far studiare i figli o meno.
Intanto, in attesa della scuola, i ragazzini s’accampano sul dimenticato sovrapasso da cui in un sol colpo d’occhio si domina l’intera città; ogni tanto tornano a casa a mangiare pane e anguria mentre i più maneschi restano a lottare sotto i convogli immobili per ore, beati mentre le mucche fan pulizia dell’erba che cresce svelta sui binari abbandonati da trent’anni e gli solletica la pancia. Cani mendicanti dominano il territorio delle briciole e degli scarti, affinando l’arte del dramma grazie alla compassione e al petfetish dei turisti occidentali. Pagano pure delle comparse mosche per ronzargli attorno, migliori attrici non protagoniste. Randagi semi morti che ogni tanto, bastardi all’improvviso, si trasformano in velocisti purosangue all’inseguimento di vacche troppo confidenti che galoppano possenti lungo i binari, più fighe di un autentico pastore barbuto ad una festa hipster o, evitando ricami, di un cavallo di razza.
Il treno qui è una cosa seria, fa il prezioso perché lo è; è l’unico che stantuffa seriamente per seicento chilometri, gli altri son locali carrette. Arriva e parte solenne e rumoroso. Ferraglia lasciata dai russi assieme alle masse prima incatenate, uguali e fluide, ora libere e stridenti. Abbaia, grida, impreca, esorta, s’incazza, inneggia, un anziano tutto chiacchere e distintivo che si vanta dei successi del passato per apparir ora meno penoso. Rievoca, malinconico, i bei tempi in cui era la chiesa mobile in cui si celebravano la potenza dell’impero e la comunione dei suoi abitanti. Efficiente, moderno ed imponente spostava, radunava, accorpava, ordinava, trasportava nella stessa classe uguali ingranaggi di carne verso un comune destino. Ora di solenne son rimasti solo i capi stazione, fieri e autoritari che di notte – mannaggia loro !!! – blindano le porte di ogni vagone, pure quella del bagno, e quando gli chiedi dove pisciare ti dicono di aspettare la fermata e solo allora ti mandano in mezzo ai binari. Te, tutto assonnato, devi saltar giù nell’allegra atmosfera ExUrsseggiante, controllare che non ti falcino altri treni mentre reggi il pistolino e scacciar dalla memoria quel racconto che hai sentito alla radio dei deportati in Siberia, pigiati nei vagoni del bestiame, che dovevano aspettare le fermate nel nulla per cagare. Mentre la locomotiva a vapore faceva il pieno d’acqua, i poveretti ne approfittavano per fare i bisogni ma alcuni si allontanavano troppo e non riuscivano a tornare in tempo per la partenza, cosicché morivano di freddo nella steppa. Subito la prima notte. Soli. Va bé poi t’accorgi che fa caldo e che di altri treni non ne passano mai, e la cosa più grave che ti può succedere è rimanere in un paesino senza bagaglio…ma anche senza inedia, gelo e treni assassini. Alla fin della fiera mi sa che in quelle stazioni ci si ferma solo per celebrare la capillarità del nuovo e del vecchio impero che non dimentica nessuno, nemmeno chi vive in mezzo alle campagne e chi deve pisciare.
La maggior parte del paese non si muove più col treno ma, grazie ad un efficiente e dispendiosa iniziativa privata, tassisti più o meno abusivi e autisti di pulmini si trasformano in un esercito di non disoccupati con margini di guadagno irrisori in proporzione alle spese di viaggio e ammortamento dei mezzi. Le masse non si spostano più, si muovono al massimo individui o individui in gruppo come i giovani europei che potrebbero permettersi confortevoli taxi privati ma romanticamente usano il treno, lento, scomodo, fatiscente, a pisciamento ridotto, più evocativo che economico. Cercano di ottemperare ai canoni del Viaggio Ideale: quello della letteratura e dal cinema, dei racconti dei genitori, degli avventurieri degli anni 60′ 70′ che scoprivano il mondo senza assaggiarlo dal web, senza prenotare su booking, ogni giorno era una sorpresa, un improvvisare e conoscere luoghi fermi per davvero al medioevo. Risparmiavano il più possibile per stare in giro mesi o addirittura anni, costruendo quel mito del viaggio grazie al quale si trova ancora lo stimolo a viaggiare nonostante potresti farlo benissimo dal comodo divano di casa con laptop e Moretti, senza rinunciare al tuo centro di gravità. Stai in vacanza due settimane, c’hai il bancomat e lo stipendio fisso ma è bello trattare sui centesimi come i beduini. Se vuoi risparmiare fa come a casa tua, monta la tenda fai la spesa al super e fai l’autostop. E invece no, anche a me è proprio piaciuta l’economica dormita in scompartimento con facce da criminali come compagni, così criminali le facce le avevo viste solo su un altro treno notte, esattamente mezza vita fa, quando senz’altro avevo di fronte due veri camorristi ben disposti a derubarmi o violentare la mia tipa di allora, giovane e malauguratamente provocante a causa di una caduta che le aveva trasformato le labbra in chiappe. Per fortuna lo scompartimento era affollato.
No, questi avevano semplicemente l’espressione più alla moda nel paese, un bel grugno minaccioso perché tutti han vergogna a dipinger le pareti di colori diversi dal grigio!

Nooo amore nooo – Biagio appalla fuori da un negozio di cd e cellulari in una bruttissima cittadina di pianura. Un dandy locale con i capelli neri lunghi e tinti, alternativo ma accuratamente non spostato, uno appena fuori dal mucchio quel tanto che basta per dare l’impressione di intendersene, mi sorride ma non dice niente anzi snobba il mio ingenuo entusiasmo per l’inaspettato assaggio di patria.
Il paese ha una sua estetica, se si ha pazienza di cercarla, gli uomini parlan poco e mangian tanto perché la terra è prodiga e la carne cammina ovunque per le strade infangate, come l’economia dal gigantesco vicino che trent’anni fa se n’è andato. Da oltre i monti sventola le braci di divisioni ed interessi locali, come si suol dire, approfitta del vuoto di idee e di fede; bisogna pur credere in qualcosa, incazzarsi con qualcuno! Un paio di guerre civili, intervallate quanto basta per ricostruire e distruggere tutto di nuovo. Poi non ti puoi lamentare che gli uomini siano diffidenti, col muso duro, se ridi sei coglione, se sei cortese pure. Non devi fidarti di chi non è del tuo villaggio potrebbe rubarti tutto, ucciderti, sterminare la tua famiglia.
Le donne invece ridono e parlano di più, è bello pensare che sian abituate a riscaldare cuori gelidi. C’è un problema di genere, stupri, violenza domestica e femminicidi sicuramente meno che in Italia grazie a leggi severissime e carcere ad interim. C’è comunque un problema di genere: ong salvate gli uomini dall’obbligo di dover esser uomini! Tanto rigidi da tremare, credono di dover essere machissimi a tutti i costi, rassicurateli che le prospettive sono incoraggianti, il paese funziona, è a un passo dall’Europa, coccolato dagli Stati Uniti. D’accordo son coccole interessate come quelle di un’amante allupato, ma pur sempre coccole sono. Ha molte più risorse della Grecia e può sognare più dell’Italia e della Spagna.
Voci grosse naturali o forzate, sguardo macho non ti rilassare!
Ridere, chiaccherare è roba da fanciulli, da donne, da stupidi da estranei. Fate tutti gli imbianchini!!! iniziate a colorare le vostre case, ne vale la pena il colore durerà!!! Poca gente, tanti turisti un paese per alpinisti e montanari di bocca buona. Grandi e bianchi, un po’ marroncini, molto italici, insomma..caucasici. Però è bello che lasciate la pellicola protettiva sulle cose nuove per non rovinarle; anche se sta davvero male, è un segno di genuinità e rispetto come le bistecche che ve le tagliate voi dalla bestia che acquistate intera o a pezzettoni. Di pronto c’avete solo quella ventina di tipi di wurstel, tutti disgustosi, mentre il pollo lo comprate vivo dalle vedove con le gabbiette, così dura anche fuori dal frigo per settimane, magari nel frattempo ingrassa pure, fino a quando mamma non decide di spennarlo e farci il brodino.

Gliel’ho detto che sta viaggiando per il mondo: viene lì lui al posto che star a girarlo lei, manco lo sa e comunque nemmeno sembra abbia tutta sta smania di viaggiare, pure da ferma. Ha radici ben piantate e le ritrova tutte le estati in quel posto da fiaba. Sotto la torre di famiglia niente trucco pesante come sui social, torna com’è stata partorita solo più grande, brada come le bestie che affollano il paese e i costoni verdi delle montagne, che non c’han da dimostrare niente a nessuno, tanto il latte vien da sé. Eppure è viaggiata quanto basta per capire che il posto in cui è, è un paradiso. E poi è adulta, ha un buon lavoro giù nel mondo, fra poco si sposerà e avrà dei figli, sua figlia viaggerà sicuramente, sarà sicuramente europea in un paese che lo è già.

Razza caucasica praticamente bianca ma qualcuno è mulatto, segui le freccine perDiana!!!…la prima curva secca che ha dovuto fare l’uomo quando è uscito dall’Africa, qui la gente si è arenata per millenni chiusa nel seccume dell’Anatolia a ovest e della Persia ad est, contenuta a nord dal gelo del Caucaso. I geni se ne andavano pian piano mentre decantavano. Un ritardatario colpo di coda verso ovest e qualcuno fra le montagne è rimasto incastrato, schiacciato e decisamente indurito dal costante flusso di genti. Venivano dall’Africa, come al solito, premevano e premevano, lasciavano e portavano via geni, oltre a rubar il lavoro. Alcuni si son rifugiati in montagna durante l’islamizzazione, non quella Fallaci(e) dell’Italia ma quella del medio oriente, e li son rimasti.

Le case son decorate da splendide balconate abusive in legno, il parco è enorme e ben tenuto, sta proprio al centro del centro. Chissà cosa c’era prima? forse c’era Parigi, poi San Giorgio se l’è venduta alla Francia per farsi il vestito d’oro. Sui pendii brulli una chiesa enorme, ristrutturata male e alcune più graziose, un grattacielo importante, un grande fiume divide in due la città, grigio e vuncissimo, è uno scolo in cui qualche volta ci vedi cavalli in decomposizione e altri inquietanti pezzi di bestie. Un ponte bello e renzopianesco, tutti gli altri brutti e morandiani. Kartlis Deda comanda mille figure di bronzo disseminate per la città, eroi, eroi operai, han fatto pure la statua di uno che si ruba le gomme! Ma quanto ferro c’avevano ‘sti Russi? Poi c’è la funivia che ti ricorda le montagne, le tue, perché qua per fortuna di cavi in montagna ce ne son ancora pochi. Comunque le montagne a Tbilisi te le dimentichi in fretta, ti sembra proprio di essere al mare e non sai perché.

I Krasti del Nepal

Chi pensate che ci abiti in Nepal? Vecchie zeppe di piercing d’oro? Instancabili sherpa che scalano l’Everest in infradito carichi come dei muli? Fotogenici bimbini dai faccini tondi? I monaci con l’Iphone? Lo Yeti? Certo, questi sono i personaggi che animano l’Himalaya negli album fotografici di quegli sfortunati turisti occidentali che fraintendono per vacanza lo scarpinare di giorno e mangiare riso, patate e coste la sera. Ma qualcosa sta cambiando e se visiterete il Nepal fra qualche anno non tornerete a casa con queste etnicissime immagini perché le vecchie saranno morte, gli sherpa si saranno rotti le palle e lavoreranno da casa guidando dei droni, i bambini dolciosi faran le facce da stronzetti capricciosi se non gli sganciate 10 euro, i monaci avranno lo Huawei P25 e lo Yeti andrà a vivere in Alto Adige per amore di Reinhold Messner.
Rassegnatevi, mettetevi in forma ed indossate vestiti decenti poiché diventerete voi stessi icone stereotipiche nei selfie dei giovani nepalesi che anelano al benessere del sempre mitico occidente. Sono questi i figli di una guerra civile e di un timido boom economico che  sembra coinvolgere una parte dei Nepalesi ormai prossimi a completare quel processo di omologazione al modello culturale euroamericano che alcuni chiamano globalizzazione. Ogni caucasico che incontrano costituisce un immagine sacra da collezionare nei loro altarini social. In ottobre, quando in Nepal si susseguono decine di festività, si riversano in gruppi di 5-10 sulle comode e meravigliose falde dell’Annapurna dove celebrano, proprio al fianco delle loro icone, il nuovo rito delle vacanze.
Sono ragazzi krasti ovvero, per chi vergognosamente ignorasse questo termine, “ci stanno dentro”, sono un poco spavaldi ma socievoli, amano divertirsi, sono ironici ma anche intelligenti e, pur non essendo ricchi, hanno abbastanza risorse per vestirsi alla moda giovane con maglie o felpe della Vans tarocche; calzano scarpe a mocassino Adidash o Nik col jeans in stile nostrano “acqua in casa”, anche se si apprestano ad affrontare una settimana di ripidi sentieri, fangosi e zeppi di sanguisughe che sfidano con acconciature tamarre che non temono le intemperie.
Godono consapevolmente del privilegio di essere i primi nella storia della loro nazione a costituire una massa di vacanzieri e hanno un po’ quello spirito di pionieri spensierati che avevano i giovani italiani negli anni 60′. Sono nati in uno dei pochi paesi al mondo senza il mare ma non se ne crucciano; si inerpicano sui monti fra nebbia, vento e gelo con un entusiasmo che in Romagna non si vede dagli anni 80′. Affrontano una settimana di fatica e sbattimenti allegri come se li attendessero pazze nottate in disco, tuffi, beach volley ed abbuffate. Il loro sorriso è più intenso, scemo e bello di quello dei nostri adolescenti in calore nonostante il loro indice di aspettativa di figa sia pari allo zero dato che le loro coetanee son a casa a conservare la verginità e le trekkers occidentali sono per la maggior parte una declinazione del genere maschile, tanto che anche Darwin direbbe che le han tirate fuori dalla costola di Adamo.
L’importante per queste cumpe è stare assieme, divertirsi, distinguersi dai genitori tradizionalisti e antiquati per essere uomini moderni in grado di gestire, riempire il tempo libero e coltivare il benessere individuale. Il trekking sull’Annapurna per loro equivale all’interrail poiché hanno la possibilità di interagire con il mondo, condividendo – non solo sui social – il cammino con moltissimi turisti stranieri. Si informano sulla provenienza di tutti quelli che incontrano, collezionano turisti come si collezionano le bandiere cucite sullo zaino e una fugace proiezione li fa star contenti come se avessero per davvero visitato un nuovo paese.
Non hanno una cultura romantica dell’eroe solitario ma al contrario hanno pena per il viaggiatore solo e cercano con spontanea esuberanza di tirare in mezzo tutti i camminatori solitari che incontrano che poi sono gli unici turisti che possono avvicinare poiché la maggior parte degli occidentali girano in comitive inaccessibili, attorniate da portatori, sherpa, guide, cuochi, poggiapiedi, portapentole, portacreme, valletti ed eunuchi vari. Ignorano il concetto di privacy e quindi non esitano a porre domande intime che possono scandalizzare e irrigidire un poco il solitario montanaro, del tipo, “how many girls u ve fuck in ur life?”.
In questi complessi gruppi di individui, ricorrono ruoli ben definiti: c’è “l’organizzatore”, attento alla mappa e agli orari che cerca di mantenere la compagnia sul sentiero giusto e con fatica ridesta gli spensierati compagni dalle lunghe pause sui prati. Poi c’è lo sciupafemmine, il belloccio del gruppo, di solito meno esuberante degli altri e per questo facile vittima di scherzi e battute da parte dei compagni. La maggior parte di questi ragazzi dovranno aspettare il matrimonio per far l’amore, perciò riversano su questo idolo sciupafemmine desideri e fantasie sessuali frustrate. Di solito quando incontrano un turista decantano scherzosamente le capacità erotiche del loro amico latin lover, che può essere esaltato come un esperto di sesso a tre e poco dopo irriso come assiduo frequentatore di locali gay.
Non manca mai “l’americano” cioè l’imitazione del giovane occidentale libero e trasgressivo, vestito alla moda, con un fare da rockstar, i capelli lunghi ed una barbetta faticosamente coltivata in anni di lotta contro la propria stirpe genetica. Spesso queste cumpe hanno anche un “ambasciatore”, ovvero un giovane più maturo e riflessivo che cerca di sintonizzarsi sui tuoi usi e costumi ed in qualche modo ti protegge dalla spontanea esuberanza dei suoi compagni. È il saggio del gruppo che magari una volta è stato pure all’estero con i suoi ed ha un idea ben chiara di quanto siamo polite e stronzi noi occidentali. Un po’ ci ammira, perché così gli insegna una cultura servile (post)coloniale ancora ampiamente diffusa in Nepal, un po’ ci teme, un po’ ci invidia e un po’ ci odia ma per ora è il nostro intermediario con il gruppo; biasima i compagni che ci fanno domande sconce o invadenti perché, anche se ha già capito che è una stronzata da modulo bancario, rispetta il nostro concetto di privacy.
C’è in ogni compagnia una cosa che conta quanto una persona: la cassa portatile della musica. È un totem che con il fracasso legittima più del vestiario o del taglio dei capelli l’importanza e la ricchezza monetaria e fallica del gruppo. L’addetto al trasporto è stimato quanto il porta vessilli in una battaglia medievale: è sempre al centro del gruppo e i suoi compari spesso gli portano lo zaino per agevolarlo nella sua importantissima funzione. Deve essere atletico per reggere il peso del device, spesso di dimensioni monumentali, e sveglio per dosare sapientemente il volume ed evitare che le batterie drammaticamente si esauriscano. La cassa della musica anima le gite di questi giovani krasti e permette di individuarli fin dalla catena montuosa precedente con forte biasimo da parte del turista europeo educato all’ideale romantico-montanaro di silenzio ed uccellini.
I giovani Krasti del Nepal, ti fermano, ti chiedono da dove vieni, fanno in modo di adeguarsi al tuo ritmo di camminata per parlare, star con te ed informarsi senza discrezione alcuna. Ti squadrano da capo a piedi come se ti dovessero mangiare ma da mangiare più spesso te lo offrono. Ti rompono le palle ma intanto risvegliano quel pizzico di umanità e voglia di star assieme che a casa tua hai ben imparato ad addomesticare. In Himalaya il concetto romantico della montagna che abbiamo noi solitari camminatori europei non gode di alcun credito; sui monti del Nepal ci si vive da millenni, ancora si fanno figli a una settimana di cammino dal primo ospedale e in una foresta scoscesa si chiacchera come da noi davanti al bar in piazza; chi vuole riflettere sul senso della vita e farsi le seghe ai neuroni è meglio che se ne stia sulle Alpi dove giovani non ce ne sono, i vecchi si chiudono in casa per paura dei negri e i figli non si portano perché la montagna è un posto pericoloso.

orio al macello a/r

si affolla nel gate
eccitata per l’attesa

cresce il cameratismo

si declina lino banfi

intonsi passaporti
si aprono gracchiando

mandriani in uniforme
robotici li sfogliano

Il bestiame va spronato

che non si accoppi e non si accoppi’

s’assopisce nel tragitto.

la folla

stretta stretta
si lagna del bel tempo

gode del periglio
per l’albergo periferico

Acclama la frollatura
che sia rapida e perfetta

Cozzano le zampe
per il macellaio sconosciuto

Esperienze sublimate
Immagini laiccate

Emozioni sopportabili
Conoscenze tollerabili

straniera e malinconica
trepida nel gate straniero

Acclama la cottura
Che sia rapida e perfetta

Cozzano le zampe
Per il cuoco sconosciuto