Chi pensate che ci abiti in Nepal? Vecchie zeppe di piercing d’oro? Instancabili sherpa che scalano l’Everest in infradito carichi come dei muli? Fotogenici bimbini dai faccini tondi? I monaci con l’Iphone? Lo Yeti? Certo, questi sono i personaggi che animano l’Himalaya negli album fotografici di quegli sfortunati turisti occidentali che fraintendono per vacanza lo scarpinare di giorno e mangiare riso, patate e coste la sera. Ma qualcosa sta cambiando e se visiterete il Nepal fra qualche anno non tornerete a casa con queste etnicissime immagini perché le vecchie saranno morte, gli sherpa si saranno rotti le palle e lavoreranno da casa guidando dei droni, i bambini dolciosi faran le facce da stronzetti capricciosi se non gli sganciate 10 euro, i monaci avranno lo Huawei P25 e lo Yeti andrà a vivere in Alto Adige per amore di Reinhold Messner.
Rassegnatevi, mettetevi in forma ed indossate vestiti decenti poiché diventerete voi stessi icone stereotipiche nei selfie dei giovani nepalesi che anelano al benessere del sempre mitico occidente. Sono questi i figli di una guerra civile e di un timido boom economico che sembra coinvolgere una parte dei Nepalesi ormai prossimi a completare quel processo di omologazione al modello culturale euroamericano che alcuni chiamano globalizzazione. Ogni caucasico che incontrano costituisce un immagine sacra da collezionare nei loro altarini social. In ottobre, quando in Nepal si susseguono decine di festività, si riversano in gruppi di 5-10 sulle comode e meravigliose falde dell’Annapurna dove celebrano, proprio al fianco delle loro icone, il nuovo rito delle vacanze.
Sono ragazzi krasti ovvero, per chi vergognosamente ignorasse questo termine, “ci stanno dentro”, sono un poco spavaldi ma socievoli, amano divertirsi, sono ironici ma anche intelligenti e, pur non essendo ricchi, hanno abbastanza risorse per vestirsi alla moda giovane con maglie o felpe della Vans tarocche; calzano scarpe a mocassino Adidash o Nik col jeans in stile nostrano “acqua in casa”, anche se si apprestano ad affrontare una settimana di ripidi sentieri, fangosi e zeppi di sanguisughe che sfidano con acconciature tamarre che non temono le intemperie.
Godono consapevolmente del privilegio di essere i primi nella storia della loro nazione a costituire una massa di vacanzieri e hanno un po’ quello spirito di pionieri spensierati che avevano i giovani italiani negli anni 60′. Sono nati in uno dei pochi paesi al mondo senza il mare ma non se ne crucciano; si inerpicano sui monti fra nebbia, vento e gelo con un entusiasmo che in Romagna non si vede dagli anni 80′. Affrontano una settimana di fatica e sbattimenti allegri come se li attendessero pazze nottate in disco, tuffi, beach volley ed abbuffate. Il loro sorriso è più intenso, scemo e bello di quello dei nostri adolescenti in calore nonostante il loro indice di aspettativa di figa sia pari allo zero dato che le loro coetanee son a casa a conservare la verginità e le trekkers occidentali sono per la maggior parte una declinazione del genere maschile, tanto che anche Darwin direbbe che le han tirate fuori dalla costola di Adamo.
L’importante per queste cumpe è stare assieme, divertirsi, distinguersi dai genitori tradizionalisti e antiquati per essere uomini moderni in grado di gestire, riempire il tempo libero e coltivare il benessere individuale. Il trekking sull’Annapurna per loro equivale all’interrail poiché hanno la possibilità di interagire con il mondo, condividendo – non solo sui social – il cammino con moltissimi turisti stranieri. Si informano sulla provenienza di tutti quelli che incontrano, collezionano turisti come si collezionano le bandiere cucite sullo zaino e una fugace proiezione li fa star contenti come se avessero per davvero visitato un nuovo paese.
Non hanno una cultura romantica dell’eroe solitario ma al contrario hanno pena per il viaggiatore solo e cercano con spontanea esuberanza di tirare in mezzo tutti i camminatori solitari che incontrano che poi sono gli unici turisti che possono avvicinare poiché la maggior parte degli occidentali girano in comitive inaccessibili, attorniate da portatori, sherpa, guide, cuochi, poggiapiedi, portapentole, portacreme, valletti ed eunuchi vari. Ignorano il concetto di privacy e quindi non esitano a porre domande intime che possono scandalizzare e irrigidire un poco il solitario montanaro, del tipo, “how many girls u ve fuck in ur life?”.
In questi complessi gruppi di individui, ricorrono ruoli ben definiti: c’è “l’organizzatore”, attento alla mappa e agli orari che cerca di mantenere la compagnia sul sentiero giusto e con fatica ridesta gli spensierati compagni dalle lunghe pause sui prati. Poi c’è lo sciupafemmine, il belloccio del gruppo, di solito meno esuberante degli altri e per questo facile vittima di scherzi e battute da parte dei compagni. La maggior parte di questi ragazzi dovranno aspettare il matrimonio per far l’amore, perciò riversano su questo idolo sciupafemmine desideri e fantasie sessuali frustrate. Di solito quando incontrano un turista decantano scherzosamente le capacità erotiche del loro amico latin lover, che può essere esaltato come un esperto di sesso a tre e poco dopo irriso come assiduo frequentatore di locali gay.
Non manca mai “l’americano” cioè l’imitazione del giovane occidentale libero e trasgressivo, vestito alla moda, con un fare da rockstar, i capelli lunghi ed una barbetta faticosamente coltivata in anni di lotta contro la propria stirpe genetica. Spesso queste cumpe hanno anche un “ambasciatore”, ovvero un giovane più maturo e riflessivo che cerca di sintonizzarsi sui tuoi usi e costumi ed in qualche modo ti protegge dalla spontanea esuberanza dei suoi compagni. È il saggio del gruppo che magari una volta è stato pure all’estero con i suoi ed ha un idea ben chiara di quanto siamo polite e stronzi noi occidentali. Un po’ ci ammira, perché così gli insegna una cultura servile (post)coloniale ancora ampiamente diffusa in Nepal, un po’ ci teme, un po’ ci invidia e un po’ ci odia ma per ora è il nostro intermediario con il gruppo; biasima i compagni che ci fanno domande sconce o invadenti perché, anche se ha già capito che è una stronzata da modulo bancario, rispetta il nostro concetto di privacy.
C’è in ogni compagnia una cosa che conta quanto una persona: la cassa portatile della musica. È un totem che con il fracasso legittima più del vestiario o del taglio dei capelli l’importanza e la ricchezza monetaria e fallica del gruppo. L’addetto al trasporto è stimato quanto il porta vessilli in una battaglia medievale: è sempre al centro del gruppo e i suoi compari spesso gli portano lo zaino per agevolarlo nella sua importantissima funzione. Deve essere atletico per reggere il peso del device, spesso di dimensioni monumentali, e sveglio per dosare sapientemente il volume ed evitare che le batterie drammaticamente si esauriscano. La cassa della musica anima le gite di questi giovani krasti e permette di individuarli fin dalla catena montuosa precedente con forte biasimo da parte del turista europeo educato all’ideale romantico-montanaro di silenzio ed uccellini.
I giovani Krasti del Nepal, ti fermano, ti chiedono da dove vieni, fanno in modo di adeguarsi al tuo ritmo di camminata per parlare, star con te ed informarsi senza discrezione alcuna. Ti squadrano da capo a piedi come se ti dovessero mangiare ma da mangiare più spesso te lo offrono. Ti rompono le palle ma intanto risvegliano quel pizzico di umanità e voglia di star assieme che a casa tua hai ben imparato ad addomesticare. In Himalaya il concetto romantico della montagna che abbiamo noi solitari camminatori europei non gode di alcun credito; sui monti del Nepal ci si vive da millenni, ancora si fanno figli a una settimana di cammino dal primo ospedale e in una foresta scoscesa si chiacchera come da noi davanti al bar in piazza; chi vuole riflettere sul senso della vita e farsi le seghe ai neuroni è meglio che se ne stia sulle Alpi dove giovani non ce ne sono, i vecchi si chiudono in casa per paura dei negri e i figli non si portano perché la montagna è un posto pericoloso.
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orio al macello a/r
si affolla nel gate
eccitata per l’attesa
cresce il cameratismo
si declina lino banfi
intonsi passaporti
si aprono gracchiando
mandriani in uniforme
robotici li sfogliano
Il bestiame va spronato
che non si accoppi e non si accoppi’
s’assopisce nel tragitto.
la folla
stretta stretta
si lagna del bel tempo
gode del periglio
per l’albergo periferico
Acclama la frollatura
che sia rapida e perfetta
Cozzano le zampe
per il macellaio sconosciuto
Esperienze sublimate
Immagini laiccate
Emozioni sopportabili
Conoscenze tollerabili
straniera e malinconica
trepida nel gate straniero
Acclama la cottura
Che sia rapida e perfetta
Cozzano le zampe
Per il cuoco sconosciuto

